I brand sportivi a caccia di (sempre più) giovani campioni

Nel calcio inglese la corsa ai giovanissimi talenti non è una sorpresa: la settimana scorsa, per esempio, il Manchester City ha pagato oltre 200 mila euro per Finley Burns, un difensore tredicenne del Southend United, squadra di terza serie. È un’abitudine che ha contraddistinto il nuovo millennio e coinvolto anche gli italiani: basta pensare a Sam Dalla Bona o Giuseppe Rossi, portati in Inghilterra ancora adolescenti. Oggi però, racconta Rory Smith sul New York Times, l’età dei ragazzi è sempre più bassa e, soprattutto, a dare la caccia alla prossima stella non sono soltanto i club, ma anche le grandi marche di abbigliamento sportivo, Adidas e Nike su tutti, che hanno talent scout incaricati di scovare e mettere sotto contratto nuovi, giovanissimi promesse. I contratti, spiega il corrispondente calcistico del quotidiano newyorkese, sono di tre tipi: il primo prevede solo fornitura di materiale sportivo, il secondo una carta prepagata da circa 6 mila euro per acquistare prodotti del brand, il terzo — per i migliori — un pagamento in denaro. «La speranza», scrive Smith, «è che la fiducia nei giovani calciatori aiuterà ad assicurarsi la loro fedeltà, nel caso dovessero diventare star globali». E pazienza se i ragazzi dovessero montarsi la testa: «per i brand l’importante è assicurarsi la prossima superstar».

Corriere della Sera, 22 gennaio 2017 (rassegna stampa)

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