Sullivan: «Io, conservatore gay scelgo gli Stati Uniti. Questo nazionalismo è una richiesta di aiuto»

Quando il 7 novembre ha fatto l’ultimo colloquio prima di ottenere la cittadinanza americana, Andrew Sullivan non immaginava che, dopo 32 anni di attesa, avrebbe prestato giuramento agli albori di uno dei periodi più bui nella storia del suo nuovo Paese. L’editorialista del New York Magazine — inglese, cattolico, conservatore e gay — ha prestato giuramento sulla Costituzione tre settimane più tardi, con Donald Trump appena eletto alla presidenza degli Stati Uniti, fra l’ironia degli amici che scherzano: «Proprio un bel momento, per diventare americano».

Eppure, secondo Sullivan, 53 anni, il suo è un atto di fede finale, figlio di un patriottismo maturo e ben diverso dalla cieca infatuazione dei suoi primi anni americani: è un amore modellato anche sulle imperfezioni del Paese, che considera inestricabili dalle virtù. «Un nuovo cittadino giura di sostenere e difendere la Costituzione, scritta per proteggere il Paese dalla tirannia. Non un presidente», spiega in un lungo articolo apparso sulla rivista newyorkese la scorsa settimana. «L’America, però, è sia il Paese di Obama sia di Trump, cioè del meglio e del peggio, e il suo futuro non è mai stabilito, ma costantemente riscritto. Spesso in modi scioccanti e terrificanti».

Nel suo articolo spiega di far parte di un’ondata di immigrazione senza precedenti al mondo che, fra il 1980 e il 2014, ha raggiunto gli Stati Uniti trasformando il Paese e la sua politica: prima gli immigrati erano circa 14 milioni, mentre nel 2014 erano diventati 42 su una popolazione di 300 milioni. Eppure nessun altro Paese è riuscito a gestire, e integrare, un flusso così ampio. Cosa può provocare ora la chiusura dei confini?

«Il nazionalismo emotivo è sempre molto pericoloso, ma è più facile attaccare gli immigrati che radunarli ed espellerli forzatamente. In questi anni, però, non è soltanto aumentato il flusso, ma è cambiato il carattere etnico e razziale. L’immigrazione ora è per lo più non bianca, ed è questo panico razziale che ha lanciato Trump. Nella storia dell’umanità, nessun Paese è passato dall’essere a maggioranza bianca all’essere a maggioranza non bianca. I giovani possono rimediare, ma bisogna capire quanto resisteranno le vecchie generazioni».

Lei ha detto che Donald Trump potrebbe rivelarsi un errore terribile. Cosa pensa di questi primi dieci giorni?

«Le affermazioni che ha fatto in questi primi giorni mi sono sembrate più la continuazione della sua campagna elettorale che l’inizio di un’amministrazione. Inoltre molti dei suoi ordini esecutivi — che sembrano fatti in fretta, senza essere neanche rivisti da un portavoce della Casa Bianca — richiedono l’approvazione delle agenzie o del Congresso, e non è detto che ciò avverrà. Nessuna di queste azioni estenderà il suo sostegno e anzi, se dovessero portare a conseguenze terribili, potrebbero rafforzare la sua opposizione. Sempre che questa non diventi troppo isterica».

Alla paura che attanaglia gli Stati Uniti hanno contribuito anche la globalizzazione e la rivoluzione digitale?

«Certo, e non è strano. I lavoratori, in particolare quelli non laureati, sono stati colpiti duramente e la società americana è stata trasformata dalla globalizzazione. Al tempo della Guerra Fredda era difficile fallire in America, mentre ora è difficile farcela. E il collasso del tessuto sociale nelle aree rurali e suburbane — dall’epidemia dell’eroina e degli oppiacei alla disintegrazione della famiglia, fino alla crisi di numerose cittadine e metropoli — ha aumentato la disperazione. È assolutamente comprensibile che in questo contesto sia emerso un nazionalismo reazionario. Trump non è la risposta, ma un meccanismo per fare i conti e reagire: è il risultato di una disperata richiesta d’aiuto».

Crede che le politiche identitarie abbiano contribuito all’elezione di Trump?

«Certamente. Quando la sinistra si identifica con questioni di sesso e razza, permette alla destra di fare altrettanto. Era chiaro che la demonizzazione dei bianchi da parte delle élite liberal avrebbe provocato una reazione. E giustamente. La colpa non è mai di un solo schieramento, ma il politically correct e l’ideologia dell’intersezionalità, ovvero delle identità sociali sovrapposte, hanno aumentato la paranoia, che è sempre forte nel cuore del Paese. Ora dobbiamo provare a invertire questa dinamica, piuttosto che consolidarla. L’incontro fra l’estremismo di Donald Trump e la rabbia della sinistra, però, lo rende estremamente complicato».

Corriere della Sera, 31 gennaio 2017 (prima pagina, pagina 5)

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in Corriere della Sera

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...