Impresa sfiorata dal giovane democratico Ossoff in Georgia: si va al ballottaggio

L’ultima volta che un democratico vinse nel Sesto Distretto della Georgia, Jon Ossoff non era ancora nato: era il 1977, e il candidato liberal che ieri ha sbancato nei sobborghi conservatori di Atlanta sarebbe venuto al mondo soltanto dieci anni più tardi. Come previsto, l’ex assistente congressuale e documentarista investigativo ha stravinto contro gli undici democratici che si sono azzoppati a vicenda in una gara considerata a livello nazionale un primo referendum sulla presidenza Trump, ma non è riuscito a raggiungere il 50% che gli avrebbe permesso di evitare il ballottaggio del 20 giugno. Eppure ci andato vicino, molto, arrivando al 48,1%: il suo tetto, sostenevano gli avversari, era attorno al 43%, ma con il risultato di stanotte il giovane democratico tiene vive le speranze in vista di un secondo turno che sembrava, almeno fino a stanotte, proibitivo. A giugno sfiderà l’ex Segretario di Stato della Georgia Karen Handel, vicina all’establishment, che ha prevalso sui compagni di partito con il 19,7% delle preferenze. «Non importa quale sarà il risultato stanotte», ha affermato Ossoff salendo sul podio del suo “victory party” al Crowne Plaza Hotel di Roswell poco prima di mezzanotte, a spoglio ancora in corso. «Abbiamo sfidato i pronostici, stiamo cambiando il mondo».

Quel mondo, in Georgia, è il seggio saldamente conservatore che negli ultimi dodici anni era stato di Tom Price, nominato Segretario alla Salute da Donald Trump. In precedenza, negli ultimi vent’anni del Novecento, il proprietario era stato lo Speaker della Camera Newt Gingrich, peso massimo del partito repubblicano, l’uomo accusato di avere «cento grandi idee e una pessima che potrebbe distruggere il mondo». Insomma, la vita nel Sesto Distretto non era mai stata facile per i democratici, prima dell’avvento a sorpresa di Ossoff: l’ultimo a conquistarlo — e a resistere per ben due volte agli attacchi di Gingrich, prima di ritirarsi dopo 15 anni — era stato Jack Flynt Jr., un vero «southern democrat», membro della National Rifle Association (la lobby delle armi) e devoto sostenitore della segregazione razziale. Il giovane documentarista, invece, ha sovvertito la tradizione repubblicana, raccogliendo durante la campagna elettorale 8,3 milioni di dollari — il quadruplo di Handel, il 95% dei quali provenienti da fuori dello Stato — e mobilitando un grande numero di volontari che non si erano mai impegnati prima in politica e che hanno bussato con fiducia a ogni porta del Distretto.

Il loro entusiasmo ha spaventato i repubblicani, che lunedì hanno messo in campo anche una robocall registrata da Donald Trump in persona. «Ossoff vi alzerà le tasse, distruggerà la vostra assistenza sanitaria e inonderà il nostro Paese di immigrati illegali», sosteneva il presidente mantenendo il tono minaccioso risultato vincente in campagna elettorale. La vittoria diretta di Ossoff, infatti, sarebbe stata considerata un primo, chiaro giudizio negativo sui primi tre mesi dell’amministrazione. Dal canto suo, il democratico ha insistito che la sua campagna fosse incentrata più sulle questioni locali che sulla politica nazionale, lasciandosi tentare soltanto da qualche sporadico richiamo al presidente: «Facciamo infuriare Trump» era uno degli slogan branditi dai suoi numerosi sostenitori durante la campagna.

Nonostante non sia riuscito ad evitare il secondo turno di giugno, quando il fronte repubblicano si compatterà per respingere l’attacco, Ossoff nella notte ha comunque dato slancio alle speranze democratiche di riconquista del Congresso, incentivando l’entusiasmo (e le raccolte fondi) dei gruppi liberal. Che ora — dopo la «positiva» sconfitta della settimana scorsa in Kansas, dove il candidato repubblicano Ron Estes ha vinto solo di misura un seggio al Congresso generalmente mai in discussione — si concentreranno sulle elezioni del Montana del 25 maggio, dove il suonatore di banjo Rob Quist, gloria locale per over 40, cercherà di strappare ai repubblicani un altro territorio saldamente conservatore.

Corriere della Sera, 19 aprile 2017

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