Connie Converse, ballata blues per un giallo degno di nota

Durante una festa in casa di amici, nell’inverno del 2010, il musicista newyorkese Howard Fishman fu catturato dalla voce che usciva dallo stereo. «Non riuscivo a inquadrarla: aveva il tono sincero e melodico di un vecchio pezzo della Carter Family, ma anche arpeggi blues che ricordavano Mississippi John Hurt e i movimenti armonici di Hoagy Carmichael», ricorda Fishman a Io Donna. «Aveva però anche una sensibilità sofisticata, che rendeva il tutto originale, persino moderno». Quella sera Fishman chiese al padrone di casa chi fosse la cantante, e la risposta cambiò la sua vita. «È Connie Converse: aveva inciso queste canzoni in casa, ma non trovò mai un produttore e un giorno svanì nel nulla». Tornato a casa, acquistò «How Sad, How Lonely», il disco pubblicato da una piccola casa discografica di Brooklyn, e in poco tempo entrò in contatto con la famiglia. «La sua musica, e la storia, mi catturarono», racconta oggi Fishman, che già l’estate successiva presentò «A Star Has Burnt My Eye», la prima versione della commedia teatrale ispirata alla vita di Converse – quella definitiva ha esordito a novembre alla Brooklyn Academy of Music – ed è oggi al lavoro sulla biografia di quella che definisce la Vivian Maier della musica. «Come per la fotografa, la sua produzione sarebbe stata scoperta solo decenni dopo che se n’era andata», afferma, spiegando di aver «messo in stand-by la carriera e di essere ora al servizio di Connie Converse, nel tentativo di portarle il riconoscimento che merita».

Quando nell’agosto del 1974, una settimana dopo aver compiuto 50 anni, fece le valigie e a bordo del suo maggiolino Volskwagen sparì da Ann Arbor, nel Michigan, Connie Converse (nata Elizabeth, nel 1924) era ormai certa del fallimento della sua musica. Fuggita dal college per cercare fortuna a New York, aveva suonato nei locali bui del Greenwich Village negli anni Cinquanta, registrato qualche pezzo nella cucina della propria casa di Harlem ed era persino apparsa una volta in tv, nel 1954, al Morning Show di Walter Cronkite, senza però mai riuscire a sfondare. «A differenza dei colleghi dell’epoca Converse scriveva i propri testi, che si ispiravano all’esperienza di una giovane donna intelligente e creativa, in cerca d’amore e di un posto nell’America degli anni Cinquanta», scrive Priceonomics. «Era il precursore dei moderni cantautori americani», ma all’epoca non c’era spazio per la sua arte. E così nel 1961, lo stesso anno in cui Bob Dylan si trasferì nel Village, Converse lasciò la città e scivolò nel Midwest per stare vicino alla famiglia. Trovò lavoro prima come segretaria, poi divenne caporedattrice di una rivista di ricerca scientifica, The Journal of Conflict Resolution, che gestì fino a quando scrisse in una lettera agli amici di essere in cerca del suo posto nel mondo, lasciando poi soltanto silenzio: non si è mai saputo neanche se fosse morta.

L’uomo che ha conservato la musica di Converse si chiama Gene Deitch, è nato a Chicago nel 1924 ed è un disegnatore, fra le altre cose di Popeye e Tom & Jerry. Vive a Praga dal 1959 e ha vinto un Oscar per il miglior cortometraggio animato nel 1961. Qualche anno prima, era il 1955, aveva incontrato a una festa Converse e la sua chitarra. «Non sembrava avere nulla a che fare con quella folla bohemienne», ha raccontato in un’intervista radiofonica. «Quando suonava, però, sembrava un’altra persona». L’illustratore amava usare il proprio registratore con musicisti poco noti e insistette per incidere qualche brano a casa di Converse. «Si sedette su uno sgabello da cucina, le misi il microfono davanti e cominciò a cantare. Poi scomparve».

Passarono cinquant’anni, e in una domenica di inizio 2004 Deitch era ospite della National Public Radio, invitato per far ascoltare alcune delle sue registrazioni artigianali. Quel giorno Dan Dzula, autore di jingle pubblicitari newyorkese, era alla guida con la radio accesa. «Fui quasi spaventato da quella voce, come se avessi sentito un fantasma», racconta oggi. Cominciò a fare ricerche online, ma Connie Converse non dava alcun risultato. Tutto quello che aveva era una registrazione del programma e il nome di Deitch, a cui mandò un’email tre anni più tardi: dopo quell’unico passaggio radiofonico, scoprì, nessuno aveva contattato l’illustratore, che sembrava aspettare proprio lui. «Forse sei un extraterrestre, mandato a salvare lo spirito perduto di Connie Converse», gli rispose.

Dzula non era il produttore che Converse aveva cercato senza fortuna negli anni Cinquanta, ma fondò per lei una casa discografica indipendente, con la quale nel 2009 ha pubblicato un album diventato di culto. «Credevo nella sua musica, ma non mi aspettavo che potesse toccare un pubblico così vasto», afferma. «Internet è stato fondamentale: ci siamo affidati al passaparola, e ne è venuto fuori un vero e proprio movimento popolare».

Io Donna, 13 maggio 2017 (Pagina 1, Pagina 2)

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