Se gli strascichi della Guerra civile travolgono i monumenti confederati

A distanza di oltre 150 anni dalla Guerra di Secessione, il conflitto fra Nord e Sud degli Stati Uniti continua a covare sotto la linea Mason-Dixon, il confine che separava schiavitù e libertà e che divenne una barriera culturale fra il settentrione e il meridione americano. Sopra è sempre stata celebrata la vittoria della libertà nella Guerra di Secessione, sotto si fatica tuttora a digerire la sconfitta confederata in quella che è considerata una guerra fra Stati che nulla aveva a che spartire con la schiavitù e che, stando alla teoria della «causa perduta», portò alla distruzione dell’eroica società sudista antebellum. Questa spaccatura culturale è riemersa a livello nazionale nel giugno del 2015, quando — dopo la strage nella chiesa afroamericana di Charleston in cui morirono 9 persone — la South Carolina decise di rimuovere la bandiera confederata che per 50 anni aveva sventolato sul suo Campidoglio. Da allora diverse città — su tutte New Orleans e Richmond, capitale sudista — hanno deciso di eliminare monumenti e simboli confederati, causando reazioni opposte: per alcuni dovrebbero essere presi a martellate come il muro di Berlino e i pezzi distribuiti fra la gente, per altri equivale a rimuovere le piramidi egiziane o il Colosseo. «Questi sono i parametri inconciliabili di uno scontro su razza e storia sempre più intenso, che dimostra il perdurante potere divisivo della Confederazione a distanza di 150 anni», scrive il New York Times dalla città della Louisiana, dove la decisione del sindaco democratico Mitch Landrieu ha scatenato reazioni rabbiose, al punto che la rimozione delle statue sarà effettuata «a sorpresa» per prevenire scontri fra le opposte fazioni arrivate a fronteggiarsi, fisicamente, in città. Sulla questione sono intervenuti anche i lettori del Times che, pur capendo l’impulso di rimuovere «monumenti che rappresentano alcuni degli aspetti più repellenti del passato americano», arrivano a soluzioni divergenti: un professore di storia ritiene che l’eliminazione «aiuterebbe a evaderne le implicazioni», un abitante di New Orleans loda «la decisione coraggiosa del sindaco», un terzo intervento sostiene che la soluzione sarebbe creare un Memorial Park come quello di Budapest, dove raccogliere i simboli sudisti. Eppure per Gary Shapiro, professore di Filosofia all’università di Richmond, rimuovere questi monumenti è un’occasione persa: «Quella di usare produttivamente il passato».

Corriere della Sera, 16 maggio 2017 (rassegna stampa)

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