Emmett Till, la biennale del Whitney e lo scontro razziale in America

Gli omicidi da parte della polizia di Trayvon Martin nel 2012 e Michael Brown due anni più tardi — fra le decine che ogni anno si verificano in America — sono stati la miccia che fatto riesplodere negli Stati Uniti la questione razziale come non succedeva dalle rivolte di Los Angeles del 1992. Nell’estate del 2016, una serie di omicidi ravvicinati e simili a quelli di Martin e Brown — dal Minnesota alla Louisiana — ha ispirato l’artista americana, e bianca, Dana Schutz (qui un profilo del New Yorker uscito ad aprile), che ha pensato di affrontare lo scontro razziale in atto ritraendo la bara aperta di Emmett Till con il corpo nero e martoriato ben in vista. Nel 1955 Till, un quattordicenne di Chicago, fu linciato e ucciso in Mississippi da due bianchi che lo accusavano di aver flirtato con una cassiera, anche lei bianca. La sua morte, e la decisione della madre di lasciare la bara aperta al funerale, fu un grande stimolo per il movimento per i diritti civili, di cui divenne un’icona. «Schutz voleva trasmettere l’orrore universale di un omicidio e riconoscere il persistente razzismo della società americana», ha scritto il Washington Post. Invece l’opera — Open Casket, esposta alla biennale del Whitney Museum — è stata travolta dalle critiche di artisti e commentatori, per lo più neri: quel dipinto di un’artista bianca, sostengono i detrattori, «non rappresenta altro che lo sfruttamento di un momento straziante e fondamentale nella storia degli afroamericani». Da quando la biennale ha aperto al pubblico due mesi fa — accolta dalla lettera di condanna di 25 artisti neri che hanno chiesto al Whitney non solo di rimuovere il dipinto, ma di distruggerlo: «Non è accettabile che un bianco tramuti la sofferenza nera in profitti» — Schutz ha continuato, suo malgrado, a guadagnarsi le pagine dei giornali. Ai detrattori non è bastata la difesa dell’artista, «il quadro non è in vendita e mai lo sarà». A lei, di certo, sono bastate invece le critiche: «Sono certa che influenzeranno il mio modo di lavorare», ha affermato in una recente intervista ad Artnet. La questione, scrive però il New York Times, è un altra: è giusto rimuovere — o peggio, distruggere — le opere d’arte che ci fanno infuriare? Dall’inizio della biennale del Whitney, è questa la domanda che ha spaccato il mondo dell’arte.

Corriere della Sera, 17 maggio 2017 (rassegna stampa)

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