L’educazione sentimentale del Grifo

Di me dicono che sono «una bellissima persona», ma anche che ho «un elevato spessore umano da cui si evince educazione e classe» e che sono una «persona gentile e molto affidabile». Non sono i miei migliori amici a scriverlo, probabilmente non sarebbero poi troppo d’accordo, e neanche i miei familiari. A dirla tutta, neppure i miei colleghi, o la mia fidanzata.

Sono persone che non conosco, che non ho mai visto, ma con le quali ho condotto transazioni su eBay senza particolari scambi di messaggi se non per chiedere, e dare, informazioni. Dai loro nickname posso risalire giusto a qualche dettaglio personale: l’uomo con cui ho avuto più contatti si chiama Maurizio, dovrebbe avere 45 anni e spedisce da Santa Maria Capua Vetere.
Non è un caso che l’abbia incontrato spesso negli ultimi anni, seppur virtualmente.

Maurizio è un professionista di eBay: ha 1.395 recensioni positive, una neutra e tre negative, mentre io mi limito a poco più di una decina. Tutte positive. Rispetto a Maurizio, i nickname degli altri venditori che mi hanno lasciato una recensione sono meno comprensibili: il Capitano, Me ne frego, Tenore42 e così via. Grazie a loro – e ai commenti che ho scoperto per caso una mattina, notando una stellina gialla vicino al mio nome – ho realizzato di essere un acquirente «eccellente» e «consigliato» su eBay.

Fuori di là, però, le persone potrebbero pensare che sono un po’ strano. Il motivo? Colleziono vecchie magliette da calcio del Perugia, che compro a prezzi non sempre (quasi mai) modici (no, proprio salati) scavando nel principale sito di e-commerce al mondo, ma anche nei competitor minori come Subito.it, dove però, complice la maggiore anonimità, il mio spessore umano non è altrettanto apprezzato.

Ogni giorno, quando ho un momento libero, faccio una breve ricerca per scoprire cosa c’è di nuovo sul mercato. Scrollo la pagina e osservo il prezzo delle magliette che lievita di ora in ora: io intervengo solo alla scadenza dell’asta, in genere dopo una settimana, se non si sono raggiunte cifre proibitive. Già, perché come mi ha detto un venditore una volta, le magliette del Perugia «sono una miniera d’oro»: non ne aveva mai venduta una a meno di 100 euro.

Io, devo ammettere, ne so qualcosa. Ho cominciato la collezione tre anni fa, quando ho scoperto di aspettare un bambino: ricordo di aver pensato che spesso i padri lasciano in eredità ai figli collezioni di orologi, o magari una casa in montagna. Io, per il momento, non avevo né prestigiose collezioni, né tantomeno appartamenti. Così ho provato a pensare cosa mi sarebbe piaciuto scoprire da piccolo in un cassetto di mio papà: magliette da calcio. Meglio: magliette da calcio della mia squadra del cuore, il Perugia, uno degli oggetti che ancora oggi mi emoziona come quando avevo dieci anni e correvo dietro a un pallone nei campi polverosi di tutta l’Umbria.

A questo, però, ho unito un obiettivo un po’ meno nobile e di cui, a dirla tutta, non vado poi tanto fiero. Anzi, me ne vergogno proprio. Sto lavorando sottobanco (neanche troppo) per convincere mio figlio a tifare la piccola squadra di provincia di una città dove – e di questo purtroppo ne siamo abbastanza certi – non abiterà mai. Non so se sarà un appassionato di calcio come gran parte dei suoi connazionali, e a volte mi auguro persino che non gliene importi nulla. Se però penso che potrebbe crescere tifando per una grande squadra vincente e metropolitana, beh, allora mi vengono i brividi.

Ho sempre sostenuto l’importanza di tifare per la squadra della propria città, in qualunque categoria militi. E sì, lo so che mio figlio è nato a Milano e ha tutto il diritto di diventare un tifoso rossonero. Ma io proprio non riuscirei ad accettarlo. E così cerco di intervenire in modo subdolo per tramandargli una grande passione paterna: il Grifo che affila gli artigli, l’odore acre dei fumogeni della Curva Nord del Renato Curi, quella maglia rossa che continuo a cercare ossessivamente nei mercati digitali di eBay.

Navigando in rete, ho scoperto di non essere l’unico a collezionare magliette del Perugia. Negli anni ho incontrato, sempre virtualmente, persone che rinunciano alle vacanze per comprarne una rara indossata nel 1997 durante lo spareggio per andare in A contro il Torino, o una vecchia maglia di lana del 1978/79, l’anno in cui il Perugia, prima squadra nella storia italiana, concluse il campionato di A senza mai perdere, arrivando però secondo.

Queste ultime le vendono a mille euro, a volte di più, e io mi limito a guardarne le fotografie e a sperare un giorno di scovarne una muta in soffitta (che non ho). Ho parlato con ragazzi che hanno un armadio solo per le magliette del Grifo, e mi sono imbattuto in persone che ci tengono a rimarcare la propria eccezionalità: «Comprare magliette del Perugia non fa di voi dei collezionisti, ridicoli», ho letto una volta nel sito, o forse era la pagina Facebook, di un «vero collezionista». Ce l’aveva con i giovani che chiedevano consigli e non facevano sacrifici, che non avevano mai passato una mattina in biblioteca a scorrere vecchi giornali per decifrare magliette d’epoca.

Io non ho la pretesa di esserlo, a dire il vero. Non ho il fisico, né la pazienza del collezionista: non saprei notare a prima vista dettagli come lo sponsor scritto su tre o su due righe, quest’ultimo piuttosto raro in una maglia di metà anni Novanta (che ho), né riuscirei a sfilare una maglia che mi manca a un amico durante una partita di calcetto (storia vera, sentita da un vero collezionista). E soprattutto non riuscirei a rinunciare a una vacanza per acquistare un cimelio. Però mi piace avere quel cassetto pieno di maglie rosse – e qualcuna bianca, blu e persino gialla o verde – e cerco di averne almeno una per ogni stagione: ormai le copro quasi tutte, a partire dal 1990/91, il primo anno di cui ho ricordi calcistici.

Un grande aiuto mi è arrivato da un vecchio amico. Sua mamma era la storica segretaria di Gaucci e il suo armadio pieno di maglie era famoso in tutto il quartiere: quando ho iniziato la collezione me ne ha regalate una manciata senza che quasi facessi in tempo a chiedergliele. Non è stato l’unico a farmi un regalo: un vero collezionista, una volta, me ne ha spedita una rovinata che, sosteneva, non sarebbe riuscito a vendere. Mi ha reso felicissimo.

Nel frattempo, mese speso su eBay dopo mese speso su eBay, ho imparato a distinguere i dettagli che, almeno all’inizio, non notavo: ho schivato taglie da bambino, numeri stampati male, nomi finti, sponsor non originali e altri trabocchetti simili che distinguono una bella maglietta da una fregatura. Ho imparato prendendole, ovviamente. O sbagliando acquisto.

Ad esempio, la prima maglietta che ho comprato, circa tre anni fa, è la più brutta della mia collezione: rossa, con insulse bande bianche e uno sponsor da squadra di Seconda Categoria, «Risparmio casa». Era recente, risaliva al 2012/13, e costava 120 euro, ma non ho resistito: era stata indossata da Giampiero Clemente, un fenomeno di Serie C sconosciuto al grande pubblico e amato dai suoi tifosi fra Benevento e Vittoria, in provincia di Ragusa, al punto di essere soprannominato «il pescatore di perle» per la bellezza dei suoi gol. L’ho acquistata, ma tutt’ora faccio fatica a tirarla fuori dal cassetto. Anche se Clemente fu determinante per una promozione in Lega Pro.

La più bella, invece, è l’ultima: una maglietta bianca con il Grifo rosso ricamato sul petto, indossata nell’unico anno di Serie D della nostra storia. È una delle maglie che, occasionalmente, vengono rifatte sul modello di quella dell’imbattibilità: un grande colletto bianco con le righine rosse, e un Grifo ricamato sul petto. Con questa ho superato le cinquanta magliette, e aspetto che mio figlio cresca per lasciare il cassetto mezzo aperto e fargli scoprire il mio tesoro. Aspetto, ma intanto le indosso giocando a calcio con i colleghi e mi vanto di essere una bella persona. Per lo meno su eBay.

Corriere della Sera, 12 maggio 2017 (Futura)

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