La Russia voleva influenzare Trump attraverso i suoi consiglieri

La scorsa estate l’intelligence americana venne a sapere che funzionari russi discussero l’intenzione di influenzare Donald Trump attraverso i suoi consiglieri più stretti: Paul Manafort, che all’epoca era presidente della campagna elettorale, e il generale Michael Flynn, che è stato prima consigliere di politica estera e poi, una volta conquistata la Casa Bianca, consigliere per la sicurezza nazionale, posizione da cui è stato costretto a dimettersi il 13 febbraio — dopo appena 25 giorni — per aver mentito al vice presidente Mike Pence proprio sui suoi colloqui con l’ambasciatore russo.

Secondo quanto rivela il New York Times — che cita tre funzionari americani che preferiscono restare anonimi — entrambi i consiglieri avevano legami indiretti con funzionari di Mosca, che ritenevano di poterli usare per forgiare le opinioni di Trump sulla Russia: alcuni si sarebbero vantati di quanto bene conoscevano Flynn, mentre altri avrebbero discusso della possibilità di far leva sui loro legami con l’ex presidente ucraino Viktor Ianukovich, che vive in esilio in Russia, per il quale Manafort aveva lavorato.

Le informazioni sono state raccolte la scorsa estate dall’intelligence americana durante le indagini sul tentativo russo di influenzare le elezioni presidenziali di novembre e sul possibile coinvolgimento di membri dello staff di Trump, e furono ritenute sufficientemente credibili da essere passate all’Fbi, la cui indagine è tuttora in corso. Tra gli indizi anche i dettagli di alcune conversazioni. Non è però chiaro, precisa tuttavia il New York Times, se i dirigenti russi tentarono davvero di influenzare direttamente Manafort e Flynn, che finora hanno negato ogni collusione con il governo russo.

Il legame fra Flynn, Manafort e Mosca è uno dei punti chiave dell’inchiesta su Trump, ora supervisionata dal procuratore speciale Robert Mueller, ex capo dell’Fbi appena nominato dal dipartimento di Giustizia americano. Trump ha sempre negato ogni contatto fra lo staff della sua campagna elettorale e Mosca, bollando la storia come «fake news». Se emergesse che era davvero all’oscuro di questi tentativi e contatti, il presidente si salverebbe dal cosiddetto Russiagate. Rimarrebbe tuttavia il rischio di impeachment se fosse provato il suo tentativo di ostacolare la giustizia, accusa mossa a Trump dopo il licenziamento in tronco del direttore dell’Fbi James Comey.

Corriere della Sera, 25 maggio 2017

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