Rob Quist, il cantante country a caccia di un seggio in Congresso

L’unico seggio del Montana alla Camera — quello lasciato libero il primo marzo da Ryan Zinke, nominato da Donald Trump segretario al Territorio — non aveva mai attirato tanta attenzione come ha fatto negli ultimi due mesi. Da qui, infatti, passa il tentativo dei democratici di riconquistare la maggioranza in Congresso, dopo aver fallito di poco in Kansas ad aprile e aver trionfato al primo turno in Georgia con il giovane Jon Ossoff, che dovrà però passare ora dal voto, più difficile, del 20 giugno. In Montana, invece, si vota oggi e il partito democratico punta a ottenere un seggio che da ventuno anni resta saldamento in mano ai repubblicani: anche per questo il favorito è il repubblicano Greg Gianforte — che proprio alla vigilia del voto si è cacciato nei guai aggredendo un giornalista al termine di un comizio e ritagliandosi uno spazio su tutti i principali giornali americani —, sfidato dal terzo incomodo libertario Mark Wicks e, soprattutto, dalla vecchia gloria locale del country Rob Quist, deciso sostenitore di Bernie Sanders durante le primarie presidenziali e convinto di poter davvero arrivare a Washington.

Le ambizioni dei democratici hanno concesso alla contesa del Montana la ribalta nazionale, dove è esaminata dagli analisti come un referendum sull’amministrazione Trump e come un indicatore del vento che soffia sulla politica americana: in molti si domandano se la resistenza contro il presidente — partita dai circoli della sinistra americana più radicale e forte ora di un consenso ben più vasto — riuscirà a prendere slancio anche grazie all’inseparabile cappello da cowboy di Quist. La tradizione conservatrice dello Stato del grande cielo — punteggiato da roccaforti liberal come la cittadina universitaria di Missoula, nota anche come «il Cremlino», o quelle minerarie di Butte e Anaconda — vacilla tuttavia davanti alla nota imprevedibilità dei suoi elettori. In Montana ripetono orgogliosi di votare per il candidato, più che per il partito, e di preferire quello che farà davvero il bene dello Stato e dei suoi cittadini: nel dibattito politico non finiscono quindi il diritto all’aborto o le questioni religiose, come a livello nazionale, ma la gestione delle risorse, la creazione di un imposta statale sulle vendite o la difesa ai terreni demaniali.

A conferma di questa imprevedibilità a cui si appigliano le speranze di Quist, basta guardare al voto di novembre: nello stesso giorno in cui Trump ha vinto di 20 punti percentuali, facendo un altro piccolo passo verso la Casa Bianca, il governatore democratico Steve Bullock è stato riconfermato con il 50,2%, sconfiggendo proprio Gianforte, il favorito delle elezioni di oggi. Eppure la sconfitta di novembre suona come un avvertimento per il candidato repubblicano, un conservatore religioso, imprenditore della città di Bozeman che ha venduto la propria società a Oracle per 1,5 miliardi di dollari: dipinto come uno straniero — è nato a San Diego e ha studiato in New Jersey — , è considerato l’ennesimo miliardario in arrivo da una città che, a detta dei residenti, genera oligarchi e sventure, al punto da essere stata ribattezzata «Boze-Angeles». Con lui sono tiepidi persino i sostenitori, che ne criticano lo scarso carisma, e di certo non alle urne non gioverà l’incidente di ieri sera: il cronista del Guardian Ben Jacobs ha affermato di essere stato atterrato con una mossa di wrestling dal candidato repubblicano, che gli ha rotto gli occhiali. Lo staff di Gianforte non ha smentito, affibbiando però la responsabilità dell’accaduto allo stesso giornalista, che avrebbe «aggressivamente» provato a fare domande all’imprenditore. In tutto il Paese, nell’ultima notte prima del voto, si è parlato solo della zuffa di Gianforte, ma non è chiaro se influirà sul voto: gran parte degli elettori, infatti, potrebbe aver già espresso la propria preferenza in anticipo.

Diverso il discorso per Quist — di cui si dice che ogni «montanan» abbia assistito a un suo concerto, a un certo punto della propria vita: «non c’è una fiera di contea in cui non abbia suonato» — che dopo decenni in tour ne ha cominciato quest’anno uno elettorale che lo ha portato in ogni angolo dello Stato: come il suo avversario non ha esperienza politica, ma si presenta ai comizi con chitarra e amplificatori, radunando ogni volta una folle superiore alle attese. A 69 anni il candidato democratico è molto conosciuto e amato fra gli over 40, ma ha bisogno anche del sostegno dei giovani per poter conquistare il seggio. Per attirarli promette un sistema sanitario abbordabile come diritto di cittadinanza, appoggia Planned Parenthood (l’organizzazione no profit che offre servizi riproduttivi) e, soprattutto, punta sull’imprescindibile difesa dei terreni pubblici.

Sopravvissuto a un piccolo scandalo quando è stato accusato di suonare in un resort per nudisti — niente di tragico, in Montana — e a uno più grande quando sono emersi i suoi guai con il fisco, dovuti in gran parte a un’operazione alla cistifellea che gli ha salvato la vita ma annientato il patrimonio, Quist è considerato dai detrattori troppo liberal per il Montana, ma può contare su un forte sostegno da parte della base e su una riconoscibilità fuori dal comune. Non gli manca neanche lo spirito: quando un avversario lo ha bollato come un «hippie con il cappello da cowboy» e lo ha accusato di essere «stonato» rispetto al Montana, lui ha risposto a modo suo, invitandolo a una sfida di banjo «per vedere chi è veramente stonato».

Nella corsa è stato aiutato da donazioni fuori dalla norma, oltre 6 milioni di dollari, che, come successo a Ossoff in Georgia, provenivano in gran parte da fuori dello Stato: un promemoria dell’importanza della sfida di oggi per i democratici, che hanno tentato così di influenzare l’esito del voto. Sempre che ce ne fosse bisogno, perché, come ha scritto il governatore Bullock in un editoriale apparso all’inizio del mese sul New York Times, «i democratici del Montana possono contare su una ricetta segreta: fare comizi in luoghi dove le persone non sono d’accordo con te. Le persone lo apprezzano, anche se non sono inclini a votare per te».

Corriere della Sera, 25 maggio 2017

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