Jeff Sessions pronto a dimettersi per tensioni con Trump

Nelle ultime settimane il ministro della Giustizia americano Jeff Sessions avrebbe offerto le proprie dimissioni a causa dei continui dissidi con il presidente Donald Trump. Lo riporta la rete televisiva Abc, secondo la quale Trump — che ha respinto la proposta — sarebbe frustrato per la decisione presa a marzo da Sessions di astenersi dalle indagini sul Russiagate. Durante l’udienza di conferma, il ministro di Giustizia aveva infatti omesso di riferire i proprio colloqui con l’ambasciatore russo, e per questo aveva quindi preferito astenersi dall’indagine sui rapporti fra Mosca e la Casa Bianca, aprendo di fatto la strada alla nomina del procuratore speciale Robert Mueller che ora si trova a guidare l’inchiesta. Questa decisione, secondo l’emittente, avrebbe dato il via allo scontro con Trump, che ha raggiunto un’intensità tale da spingere Sessions a ipotizzare le dimissioni proprio alla vigilia della testimonianza in Senato dell’ex direttore dell’Fbi James Comey. Una ricostruzione, quella di Abc, che non è stata smentita né dalla portavoce del dipartimento Sarah Isgur Flores — che ha evitato di rilasciare dichiarazioni — né tantomeno dal portavoce della Casa Bianca Sean Spicer. «Non ne ho parlato con il presidente, e per questo non ho nulla da dire a riguardo», ha puntualizzato quest’ultimo, scegliendo di non commentare le indiscrezioni.

Sessions era stato il primo senatore repubblicano a mettersi dalla parte del tycoon newyorkese durante la corsa alla Casa Bianca. Una volta eletto, Trump lo ha ripagato mettendolo a capo del dipartimento di Giustizia, un ruolo chiave nell’amministrazione americana. Negli ultimi mesi, però, il presidente è stato piuttosto critico sull’operato di Sessions, e non ha esitato a rendere pubblico il proprio fastidio nei confronti del dipartimento di Giustizia in una serie di tweet. L’ultimo, lunedì, criticava la strategia di difesa decisa dal dipartimento per il cosiddetto travel ban di Trump, l’ordine esecutivo che proibisce l’ingresso negli Stati Uniti ai cittadini di alcuni Paesi a maggioranza musulmana e che è stato bloccato da diversi tribunali americani. «Il dipartimento di Giustizia avrebbe dovuto sostenere il travel ban originale, non la versione annacquata e politicamente corretta che è stata inviata alla Corte Suprema», ha scritto il presidente, che secondo diverse fonti in privato sarebbe ancora più duro nei confronti di Sessions.

Nel frattempo, secondo una ricostruzione del New York Times, il giorno in cui Trump chiese a Comey di mettere fine alle indagini su Michael Flynn e sul Russiagate, l’allora direttore dell’Fbi si rivolse al ministro della Giustizia pregandolo di non essere mai più lasciato solo con il presidente. Secondo le fonti del quotidiano newyorkese, Comey si rivolse a Sessions dopo il faccia a faccia con Trump nell’Ufficio Ovale, perché convinto che fosse compito del Dipartimento di Giustizia tutelare l’Fbi: il Dipartimento di Giustizia, di norma, rappresenta un muro fra la Casa Bianca ed eventuali indagini penali per evitare qualsiasi interferenza politica. Comey tuttavia non rivelò a Sessions il motivo della sua irritazione nei confronti di Trump, ovvero la richiesta del presidente di mettere fine alle indagini sull’ex consigliere alla sicurezza nazionale travolto dal Russiagate.

Sempre su questo passaggio specifico si concentra un’altra inchiesta del Washington Post, secondo il quale Trump avrebbe chiesto al capo dell’intelligence americana Daniel Coats di fare pressing su Comey affinché l’Fbi facesse un passo indietro sulle indagini su Flynn. Il fatto risale al 22 marzo scorso, una settimana dopo la conferma di Coats — che avrebbe riferito delle pressioni di Trump ad alcuni colleghi — in Senato. Quel giorno il direttore dell’intelligence si trovava alla Casa Bianca con i funzionari di altre agenzie governative. Al termine dell’incontro Trump chiese a tutti di lasciare la stanza ad accezione di Coats e del direttore della Cia Mike Pompeo: con loro Trump si sarebbe lamentato di Comey e dell’indagine, sostiene il Post. Dopo essersi confrontato con altri membri dell’intelligence, Coats decise poi che non sarebbe stato appropriato intervenire su Comey.

Corriere della Sera, 7 giugno 2017

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