Quando si parla del Maine, si finisce sempre per pensare alle spiagge e ai fari dell’Atlantico, oppure al celebre «foliage» che a fine settembre inizia a colorare meravigliosamente il New England. Eppure, negli ultimi anni, lo Stato — Portland in testa — si è cominciato a distinguere in tutti gli Stati Uniti per la scena culinaria, che va ben al di là delle classiche aragoste e dei lobster roll. Con un’accortezza, da tenere sempre in mente: più si sale a Nord, verso il confine, prima chiudono locali e ristoranti. D’altronde, seduto sul divano della sorella gemella Susan, anche Bob Burgess — uno dei fratelli protagonisti dell’omonimo romanzo di Elizabeth Strout, di ritorno in Maine per questioni familiari dopo anni d’assenza — si ricorda all’improvviso come a Shirley Falls sia difficile poter mangiare qualcosa dopo le 8 di sera. Città immaginaria e vagamente ispirata a Brunswick, dove Strout vive alcuni mesi all’anno, Shirley Falls è un ritratto delle sonnacchiose cittadine costiere del Maine, in cui la notte arriva molto presto anche d’estate e poi non resta che guardare l’oceano e leggere un libro sul balcone dell’albergo.

È tenendo in mente le parole di Bob Burgess che, atterrando a Boston nel primo pomeriggio e diretti a Camden — tre ore e mezzo più a Nord lungo la US Route 1, la strada costiera che da Key West, in Florida, attraversa tutti gli Stati Uniti da Sud a Nord per 3.800 chilometri fino al confine canadese — conviene fermarsi a cenare lungo il tragitto, per non correre il rischio di digiunare una volta arrivati in paese. La Broad Arrow Tavern di Freeport, proprio sulla US 1, è la deliziosa locanda rustica dell’Harraseeket Inn, che fra teste di cervi e fucili appesi alle pareti di legno offre un menù ampio con prezzi abbordabili che spazia dalle eccellenti costolette di maiale all’haddock fritto, fino alla pizza cotta nel forno a legna. Tutto innaffiato con un’ottima selezione di birre locali. Oltre che per dune del «deserto del Maine», assolutamente da non perdere, Freeport è una tappa necessaria anche per chi volesse fermarsi a fare shopping in un grande outlet a cielo aperto. Il centro del paese, infatti, è il luogo ideale per strappare prezzi vantaggiosi nei negozi dei principali brand americani: Ralph Lauren, Brooks Brothers, e poi Calvin Klein, Coach, J. Crew, North Face e L.L. Bean, che proprio a Freeport è stata fondata nel 1912 e mantiene un forte senso della comunità.

Il Maine, però, è tutt’altro che outlet e catene di abbigliamento: punta molto sui prodotti locali e su negozietti e marchi indipendenti, tanto che a Portland è stato creata la campagna «Keep Portland Independent» con lo scopo, fra le altre cose, di preservare l’imprenditoria locale, far girare l’economia e garantire che la città «mantenga il suo carattere distintivo in un mondo sempre più omologato». Questo slogan, che si scorge spesso sulle vetrine dei negozi di Portland, rappresenta lo spirito libero di uno Stato diffidente, che vuole resistere alla globalizzazione. Già a Camden, le botteghe di Elm Street che risalgono la collina e il Sea Dog Brewing — il primo birrificio artigianale di questo viaggio — offrono un assaggio: le uniche catene si chiamano Sea Bags, un marchio di borse «Made in Maine» prodotte con materiale nautico riciclato, e Sherman’s Bookstore, la più antica libreria dello Stato, che è facile rintracciare nelle cittadine lungo tutta la costa. Qualche metro più in là, sulla stessa via, c’è Boynton McKay, un diner vecchio stile che, secondo Food Network Magazine, offre la miglior colazione dello Stato, mentre l’unico locale aperto fino a tardi è Cuzzy’s: al piano inferiore si mangia, quello superiore resta aperto fino a tardi e si può bere, accennare un ballo, giocare a biliardo o sparare ai cervi — videogioco molto in voga da queste parti — con un’eterogenea compagnia di personaggi locali. Per dormire, il Grand Harbor Inn propone splendide camere con vista sul porto e sulle golette — ad esempio la Schooner Olad, un veliero in legno del 1927 che per 45 dollari offre tour di due ore — che da maggio a ottobre portano i turisti alla scoperta dei fari e degli isolotti della Penobscot Bay.

Camden è solo una tappa verso Mount Desert Island, l’isola più grande del Maine, dove si trovano la vivace Bar Harbor, la più elegante e riservata Northeast Harbor e l’Acadia National Park, il più antico parco nazionale a Est del Mississippi e l’unico dell’intero Nordest, visitato lo scorso anno da tre milioni di persone. Il pass per un’automobile — e per tutti i suoi occupanti — costa 30 dollari per una settimana ma, per girare Mount Desert Island e l’Acadia National Park, L.L. Bean mette a disposizione continue navette gratuite che portano i visitatori in tutta l’isola. Il parco offre attrattive e attività di ogni tipo, anche per bambini: kayak, arrampicata, biciclette elettriche e non, tour in barca e in aereo. Impressionante per diversità — ci sono oltre 40 specie di mammiferi, fra cui alci, castori, volpi, coyote, procioni e topi muschiati — ad Acadia ci sono tantissimi percorsi che comprendono laghi (ad esempio Jordan Pond, dove c’è anche un frequentatissimo ristorante nascosto nei boschi, il Jordan Pond House, donato al parco da John Rockefeller Jr. negli anni Quaranta), spiagge (Sand Beach, da non perdere) e montagne (Cadillac Mountain, dove si può salire anche in macchina e da cui si possono godere splendide albe e tramonti che colorano il panorama a 360 gradi).

L’albergo più celebre dell’isola è il maestoso Bar Harbor Inn and Spa, stretto fra il mare e Agamont Park, da cui parte anche un lungo sentiero di ciottoli che segue la costa fino quasi alla fine del Paese. Qui si può mangiare all’aperto, allo sportivo Terrace Grille affacciato sul porto, o al chiuso, nell’elegante Reading Room, uno dei ristoranti più celebrati di Bar Harbor, in cui si cena accompagnati dalle note di un pianoforte a coda. Un’alternativa è l’Ivy Manor Inn, una pensione di dodici stanze in stile Tudor su Main Street, proprio al centro del Paese, gestita da una coppia che ha vissuto in Africa per tutti gli anni Ottanta e che ora si diletta a scambiare due parole con gli ospiti al bancone del piccolo bar dell’albergo, che dispone di un accogliente giardino graziosamente illuminato e di un campo da bocce sul retro. Due isolati più in là c’è McKay’s Public House, uno dei pochi ristoranti aperti tutto l’anno e per questo frequentato anche dai locali: ha un ampio giardino illuminato dove mangiare e un menù tradizionale americano, con una vasta selezione di birre locali e vino, un ottimo hamburger, piatti di mare con i classici lobster roll, e le insalatone.

Un altro ristorante da provare, meno abbordabile ma decisamente più sofisticato, si trova a Otter Creek, dieci minuti d’auto dal centro di Bar Harbor: i piatti ricercati di The Burning Tree si basano sui prodotti dell’orto che circonda la casa dei due proprietari, che ha due sale da pranzo e una veranda al piano terra. Elmer Beal e la moglie Allison Martin hanno aperto il locale trent’anni fa e si dice abbiano il pesce più fresco dell’isola. Beal viene infatti da una famiglia molto nota nell’industria ittica locale e molti dei pescatori di Bar Harbor lo conoscono da quando era bambino: per questo, prima che partano i carichi per Portland al mattino presto, gli riservano la possibilità di scegliere i pesci migliori. Tornando in Paese, fra i numerosi negozi di souvenir vale la pena fermarsi all’Acadia Country Store, su Main Street, dove è possibile acquistare di tutto: oltre alle classiche t-shirt, alle felpe e ai cappellini marchiati Bar Harbor, si trovano marmellate ai mirtilli, sciroppo d’acero, mix per pancake o popover, saponette, e suppellettili di ogni tipo, come le caratteristiche boe colorate di legno che da queste parti usano per decorare qualsiasi cosa. Tutto, immancabilmente, «Made in Maine». Non mancano poi bar e locali notturni: dal più ruspante e rumoroso Carmen Verandah, dove si balla e il volume è piuttosto alto, al sobrio ed elegante The Barnacle, dove si possono sorseggiare birre, vini o liquori con maggiore tranquillità.

Dall’altra parte del parco si trova il villaggio di Northeast Harbor, dove passano le estati molte famiglie ricche della costa Est: diminuiscono i turisti, le case sono più imponenti e l’atmosfera è decisamente più misurata rispetto alla vivace Bar Harbor. Qui, nel 1950, la scrittrice francese Marguerite Yourcenar aveva scelto di vivere con la compagna – e sua traduttrice – Grace Frick, in una bella casa bianca con giardino a un isolato dal mare che aveva chiamato Petite Plaisance. Oggi l’edificio, dove Yourcenar ha abitato fino alla morte, nel 1987, è un delizioso museo in costante lotta contro l’estinzione: è aperto solo durante l’estate e per il tour di un’ora è necessario prenotare con un giorno di anticipo, ma le stanze sono rimaste intatte e le guide, alcune delle quali conoscevano personalmente la scrittrice, restituiscono la complessità personale e culturale del personaggio. Lasciandosi alle spalle Mount Desert Island per tornare verso Sud, a Portland, distante tre ore, si può prendere la strada interna, la I-95, e fare un breve stop a Bangor, al 47 di West Broadway, per sbirciare la pittoresca casa in cui vive tuttora Stephen King: oltre il cancello in ferro battuto a forma di ragnatela capita spesso di scorgere lo scrittore, che a volte si diverte a impressionare i fan con qualche scherzo, altre si ferma per una semplice chiacchierata.

Da casa King mancano un paio d’ore per arrivare a Portland, città sorprendente e culturalmente vivace, con un forte spirito indipendente, che è appena stata nominata dal magazine Bon Appétit «restaurant city» del 2018 negli Stati Uniti. La base ideale per muoversi a piedi in città è decisamente il The Danforth Inn, boutique hotel di nove stanze (con due suite), gemello dell’Harbour Inn di Camden e caratterizzato da un campanile centrale e da un curato giardino sul retro: al bar si trova frutta fresca o secca tutto il giorno, nel basement una sala da biliardo per una rilassante partita serale. Costruito nel 1823 come casa privata di un mercante russo, l’edificio negli anni ha ospitato una banca, una scuola, una chiesa e ora è un comodo albergo con stanze spaziose che si trova in mezzo fra la centrale Congress Street, distante pochi isolati e affollata di negozi e ristoranti, e le strade di ciottoli del vecchio porto, in particolare la vivace Commercial Street, dove quasi ogni negozio merita una fermata (come l’elegante David Wood, per l’abbigliamento maschile). È però la food scene che lascia sbalorditi, per l’abbondanza (ha il maggior numero di ristoranti pro-capite in America), l’altissima qualità e i prezzi decisamente più contenuti rispetto a quelli di New York.

Ad esempio il celebrato Drifters Wife, nel quartiere di East Bayside, nato nel 2015 come un negozio di vini naturali: quando i proprietari Orenda e Peter Hale, arrivati a Portland da Brooklyn, capirono che per vendere i vini dovevano accostarli a un menù creativo, spostarono le bottiglie sul retro del negozio e assunsero lo chef Ben Jackson, che partendo da una cucina stagionale ha trasformato in breve tempo il Drifters Wife in uno dei migliori nuovi ristoranti d’America. Dall’altro lato di Washington Avenue, fra i numerosi locali etnici e invitanti, è assolutamente da provare Terlingua, dove lo chef Wilson Rotschild ha combinato il classico barbecue con piatti speziati del Sudovest americano, dei Caraibi e del Messico: è un «boutique bbq», come lo definiscono i proprietari, Pliny Reynolds e la moglie Melanie Kratovil — la cui famiglia gestisce un noto ristorante a Kennebunkport, Alissons — che dopo un periodo ad Austin hanno deciso nel 2015 di importare in Maine l’arte della carne texana. Portland è specializzata anche nella cucina asiatica, fusion e moderna, con un tocco americano. Uno degli esperimenti migliori è Empire Chinese Kitchen, su Congress Street, nato dalle ceneri del vecchio Empire, uno dei primi ristoranti cinesi della città, aperto nel 1937. È il primo dim sum di Portland, con uno chef arrivato da San Francisco che ha creato un menù di sapori tradizionali e ingredienti locali, con cui si rifà al moderno soul food cinese: un esempio è l’Empire Eggroll, realizzato con pastrami locale, asparagi, cavolo e servito con una salsa di maionese, mostarda di Digione, miele e succo di limone.

Oltre che per il cibo, Portland è nota in tutti gli Stati Uniti per birrifici e distillerie, tanto che nel 2016 è stata nominata «miglior città al mondo per la birra artigianale»: anche in questo caso, in effetti, è la prima negli Stati Uniti per birrifici pro capite, con 25,5 ogni 100 mila abitanti. Allagash, è forse il più conosciuto, ma ci sono decine di alternative meno note e altrettanto valide: Rising Tide, che fin quando il clima lo permette ha tavoloni all’aperto per chi si ferma a bere una pinta; Urban Farm Fermentory, che propone birra e kombucha; Liquid Riot Bottling Company, che oltre alle birre distilla whiskey, rum, vodka e Fernet Michaud, bevanda che prende il nome dal proprietario di Liquid Riot, Eric Michaud, che durante un viaggio in Italia si innamorò dell’amaro e se ne è inventato una versione molto apprezzata, il «primo Fernet del Maine». Insomma, a Portland non mancano estro e intraprendenza in campo alimentare, ma è una città che ha molto da offrire. Il Portland Museum of Art, su Congress Street, merita un pomeriggio, così come Yes Books, il negozio di libri usati dall’altro lato della piazza dove si possono trovare perle di ogni tipo, Casablanca Comics, fornitissimo negozio di fumetti, e Bayside Bowl, dove si può giocare a bowling, cenare, oppure bere qualcosa sul rooftop bar cui si vede tutta la città. Per le attività outdoor, da Portland Paddle, nel parco della Eastern Promenade, si possono affittare kayak per esplorare la Casco Bay, mentre per una gita al mare si può guidare mezz’ora fino a Cape Elizabeth, dove si trova la sterminata Crescent Beach State Park e il faro che Edward Hopper amava dipingere sul finire degli anni Venti.

Un’ultima fermata, prima di ripartire, va fatta a Kennebunkport, dove c’è la residenza estiva della famiglia Bush, ben visibile lungo la strada costiera, con un passaggio a Ogunquit, dove le maree giocano mangiandosi una spiaggia immensa in pochi minuti. Per pranzo ci si può fermare da Barnacle’s Billy, un’istituzione a Ogunquit (ha una live cam da cui si può guardare in diretta la baia), mentre a Kennebunkport si può dormire al The Colony, non lontano dal compound degli ex presidenti, che ultimamente hanno festeggiato i compleanni da Earth, a Hidden Pond, ristorante farm-to-fork. Enorme e pittoresco albergo di 125 stanze con due ristoranti, il The Colony è stato aperto nel 1914, ha un gemello spagnoleggiante a Delray Beach, in Florida, ed è in mano alla stessa famiglia dal 1947. Un’alternativa più economica e decisamente più eccentrica — ma in una posizione estremamente comoda, a metà strada fra il paese e la spiaggia — è la Franciscan Guesthouse, la pensione del monastero francescano di Kennebunkport che offre anche un austero servizio mensa per gli ospiti. Meglio evitare, anche perché dall’altro lato della strada c’è uno dei migliori venti ristoranti d’America. All’interno di un vecchio granaio ottocentesco illuminato da candele, il White Barn Restaurant è un’istituzione del New England, uno dei venti ristoranti ad aver ricevuto cinque stelle dalla guida di Forbes, e recentemente ha aggiunto un più abbordabile (ma non troppo) bistrot. L’ambiente è rustico ma estremamente elegante, allietato dal pianista che ogni sera suona per otto ore senza dare nell’occhio. Il menù è raffinato, segue le stagioni e cambia ogni settimana: tutti gli ingredienti, ovviamente, sono prodotti localmente. In puro stile Mainer.

Corriere della Sera, 22 settembre 2018

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