Il primo, nel 1832, fu Thomas Dartmouth Rice, che cantò Jump Jim Crow al Bowery Theatre di New York con la faccia dipinta di nero per un pubblico entusiasta. Poi è toccato a Fred Astaire, Dan Aykroyd, Billy Crystal, Judy Garland, Sophia Loren, Frank Sinatra e pure ai fratelli Marx: sono solo alcune delle tantissime celebrità che, negli ultimi 186 anni, sono apparse su un palcoscenico — che fosse un film, un musical, o una pièce teatrale — con il volto coperto dal lucido da scarpe nero, la paglietta in testa e le labbra rosse per mettere in risalto il bianco dei denti. È la tristemente celebre maschera da blackface, che ha mandato in crisi istituzionale la Virginia (come ci ha raccontato il nostro corrispondente da Washington Giuseppe Sarcina) e sta facendo discutere tutta l’America: sia il governatore dello Stato Ralph Northam sia il procuratore generale Mark Herring sono sull’orlo delle dimissioni (che non vogliono presentare) dopo aver ammesso di essersi mascherati, in gioventù, da blackface (per completare la crisi, inoltre, il vicegovernatore Justin Fairfax è accusato di violenza sessuale). «Blackface, in America, è sempre presente: continua ad apparire agli addii al celibato, nelle confraternite, nei musical universitari e in altri luoghi. La sua persistenza, però, non sorprende», scrive sul New York Times Wil Haygood, professore della Miami University dell’Ohio e biografo, fra gli altri, di Sammy Davis Jr. e Sugar Ray Robinson. Quella caricatura razzista, spiega Haygood, è stata usata così spesso e così a lungo dall’industria dell’intrattenimento — e avallata da impresari che sugli stereotipi si arricchivano — «che dal palcoscenico è entrata per molti nella vita di tutti i giorni: può essere uno scherzo, o un costume da indossare, ma ogni volta riporta l’America indietro verso un’epoca malvagia». Blackface, sostiene Gabrielle Bellot, che sul Guardian ne ripercorre la storia, altro non è che un fantasma che perseguita l’America. «Non ha mai lasciato il Paese, è diventato soltanto meno visibile pur apparendo ovunque, persino sulle caricature di Barack Obama fatte dai conservatori», scrive Bellot. «È lo scherzo che offre conforto agli americani bianchi che — consapevolmente o meno — sono terrorizzati dai non bianchi, il loro modo di mantenere la superiorità della razza: forse non saremo mai in grado di esorcizzare questo fantasma, così profondamente, e dolorosamente, americano».

Corriere della Sera, 11 febbraio 2019 (rassegna stampa)

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