L’argentino Juan Pablo Villarino viaggia in autostop da 14 anni e ha percorso 180 mila chilometri in 91 Paesi grazie a 2.350 passaggi annotati uno a uno in un bloc notes che porta sempre con sé. Il New York Times Magazine lo ha definito «il più grande autostoppista del mondo», ma lui si considera semplicemente «un acrobata del cammino», perché si è lasciato guidare dal caso e dagli incontri fortuiti in ogni angolo del pianeta: in questi anni ha incrociato migliaia di persone, è diventato depositario di segreti raccontati da sconosciuti che gli affidavano le proprie confidenze, ha scritto libri di successo e ha incontrato anche la (futura) moglie Laura. «Prima di conoscerla, viaggiare da solo non era una scelta, ma una circostanza: credo però che per me sia stato un periodo necessario, mi ha permesso di imparare e acquisire sicurezza in me stesso, di testare i miei limiti e ascoltare soltanto il mio ritmo interiore», ci racconta da Buenos Aires, dopo essere stato ospite in un talk show televisivo. Grazie al suo primo libro – Vagabondando sull’asse del male, mai tradotto in italiano – Villarino è diventato infatti un personaggio di culto in Argentina, al punto che una volta tre uomini che volevano rapinarlo finirono per dargli soldi e un consiglio: «L’autostop è pericoloso, stai attento». Oggi ha 41 anni, continua ad attraversare il mondo con il pollice alzato e lo zaino in spalla e si definisce un nomade digitale: l’unica differenza, rispetto a quando ha iniziato, è che viaggia in coppia.

Il bergamasco Davide Travelli, invece, aveva 36 anni quando ha lasciato il lavoro in una multinazionale tecnologica americana con sede a Dublino, è salito in sella a una bici in Alaska e ha pedalato in solitudine per 35 mila chilometri fino alla fine del mondo, ad Ushuaia, in Argentina. Ha attraversato l’intero continente americano in due anni e mezzo, e una volta arrivato in fondo ha preso un aereo per il Sud Africa e ha ricominciato a pedalare, stavolta verso Nord. «All’inizio ho deciso di viaggiare da solo perché realisticamente non ci sarebbe stato nessuno che avrebbe avuto la voglia di partire per un viaggio tanto lungo», ammette Travelli da Khartoum, in Sudan, dove ha appena schivato un golpe militare. «Viaggiare da solo però ti dà l’opportunità e il privilegio di venire a contatto con la cultura locale senza la barriera del gruppo: sei obbligato a confrontarti con le persone, e se ti fermi sotto un tetto per un temporale non hai nessuno con cui parlare se non gli abitanti del posto. Da solo non intimidisci, quindi ti invitano più facilmente nelle loro case per un pasto, o a passare la notta in una moschea. E poi c’è il viaggio interiore, che non sarebbe possibile insieme ad altre persone».

Villarino e Travelli sono soltanto due dei milioni di viaggiatori solitari che ogni anno partono all’avventura con qualunque mezzo: a piedi, in automobile, in aereo, in treno, in motocicletta oppure in sella a una bici. «Un tempo il mondo era per molti un grande labirinto che intimidiva, una sfida costosa, un sentiero che era meglio percorrere con gli amici: bisognava, fra le altre cose, sapere leggere le mappe e superare le barriere linguistiche», scriveva tempo fa sul Telegraph Annabel Fenwick Elliott. «Ora le cose sono cambiate considerevolmente e sempre più persone partono per avventure solitarie: sarà forse perché Google può condurre a destinazione anche coloro che hanno un pessimo senso dell’orientamento, oppure tradurre qualsiasi dialetto? O magari perché ci sono molte più persone single, o perché non abbiamo più la pazienza di aspettare la persona giusta con cui partire?», si chiedeva la travel columnist britannica, notando un trend in decisa crescita: secondo uno studio di Princeton Survey Research Associates, infatti, il 58 per cento dei millennial mondiali è interessato a viaggiare in solitudine, contro il 47 per cento delle generazioni precedenti.

Questo aumento si è verificato in particolare fra le donne: le ricerche su Google per «solo female travel» sono infatti quasi triplicate negli ultimi cinque anni, mentre le prenotazioni effettuate sul sito Hostelworld da viaggiatrici solitarie sono aumentate del 45 per cento fra il 2015 e il 2017, contro il 40 per cento degli uomini. Le donne non hanno cominciato a viaggiare da sole soltanto negli ultimi anni: già nel 1928, per esempio, l’aviatrice Amelia Earhart attraversò per prima l’Oceano Atlantico in solitaria, e più o meno nello stesso periodo la giornalista e fotografa svizzera Annemarie Schwarzenbach, morta nel 1942 a soli 34 anni, viaggiava – a volte sola, altre in compagnia – dalle montagne del Kurdistan all’isola di Nantucket scrivendo reportage che sono appena stati pubblicati in Italia da Il Saggiatore nel libro I miei occhi sul mondo. Oggi però «il potere di spesa delle donne è aumentato e ha dato loro modo di viaggiare di più, per piacere e per avventura», scrivono sul New York Times Megan Specia e Tariro Mzezewa. «Nel mondo occidentale è cambiata l’attitudine verso chi può viaggiare da solo, e i social media hanno giocato un ruolo importante, offrendo scorci intimi di terre lontane: basta guardare su Instagram gli hashtag #LadiesGoneGlobal, #WeAreTravelGirls e #TheTravelWomen per scoprire milioni di foto di donne stese su spiagge luccicanti, che fanno trekking in montagna o esplorano strade di ciottoli. Un richiamo collettivo e aspirazionale».

Beatrice Filippini, ad esempio, ha una storia simile a quella di Travelli. A 27 anni ha lasciato il suo lavoro da infermiera di terapia intensiva a Londra ed è partita per il Sud America con la bicicletta che usava dai tempi dell’università: una pieghevole rossa con tre marce. In dieci mesi ha percorso in solitaria 11.500 chilometri, dal Nord della Colombia fino a Puerto Williams, in Cile. Ha attraversato deserti di sabbia e sale, la foresta amazzonica, le Ande, la Patagonia e la Terra del Fuoco. È stata derubata ed è ripartita con «un bagaglio minimalista»: arrivata alla fine del viaggio ha pubblicato un libro, PedalAnde, i cui ricavi andranno in beneficienza all’associazione La Gomena Odv. «Da soli si è più flessibili nelle scelte», spiega Filippini da Zurigo, dove sta facendo la ragazza alla pari per imparare il tedesco prima di iniziare a lavorare all’ospedale locale. «E poi volevo dimostrare che una donna può viaggiare in solitaria: deve solo prendere delle precauzioni in più. Io sono infermiera, e con questo viaggio ho avuto una crescita interiore incredibile».

È sicuramente d’accordo Jada Yuan che, a 40 anni, ha pensato di «aver vinto alla lotteria del giornalismo»: il New York Times la aveva selezionata per viaggiare un anno intero da sola in ognuno dei 52 luoghi da visitare nel 2018. È stato durissimo, fisicamente e psicologicamente, ma nel suo ultimo articolo scrive: «Viaggiare da soli è un’esperienza che raccomando di fare almeno una volta a qualsiasi essere umano, in particolare alle donne». Anche perché, spiega, in tasca abbiamo un device che ci permette di chiamare a casa quando abbiamo nostalgia e ci indica la strada se affrontiamo luoghi sconosciuti. Un device, soprattutto, che incentiva il nomadismo digitale di cui parlava Villarino, ovvero giovani che per lavorare hanno solo bisogno di un computer, o un telefono, e si trasferiscono in città economiche e con un’alta qualità della vita. Tipo Chiang Mai, in Tailandia, che in un post su Medium Tim Grassin, cofondatore di diverse startup tecnologiche, ha definito – con scetticismo – «la terra promessa dei nomadi digitali, una destinazione leggendaria dove a un certo punto finiscono tutti coloro che lavorano online, alla ricerca di wi-fi veloce, caffè economico e contatti con altri imprenditori».

Esiste persino una lista, costantemente aggiornata, delle migliori 165 città dove trasferirsi: a influire sulla graduatoria sono il costo della vita, la velocità di internet, ma anche il divertimento e la sicurezza. In testa c’è Bali, poi vengono Berlino, Bangkok, Taipei, Buenos Aires e via via Gdansk e Città del Messico, Ho Chi Min City, Timisoara e le Canarie. Proprio a Bali e nella capitale messicana, Moleskine e la startup americana Unsettled hanno organizzato dei «retreat creativi per nomadi digitali»: persone provenienti da tutto il mondo che partono da sole per lavorare due settimane o un mese da un luogo remoto, «sfruttando la forza rigenerativa del viaggio ed entrando in contatto con nuove idee». Per partire non basta pagare (2.900 dollari per il Messico, 3.2000 per l’isola indonesiana), ma è necessario essere selezionati in modo da creare il miglior ambiente creativo possibile: sono arrivate centinaia di richiesta. Non c’è bisogno dunque di esperienze estreme, ma i tempi cambiano e un viaggio solitario è diventato anche una voce da inserire nel curriculum. Difficilmente ormai i datori di lavoro scelgono un candidato soltanto per le sue competenze, che invecchiano rapidamente. In un’intervista al Sole 24 Ore, il direttore generale dell’agenzia digitale Wunderman Thompson Giuseppe Stigliano ha rivelato di privilegiare l’attitudine a imparare costantemente. Così una delle domande per testare i candidati è diventata: «Hai mai fatto un viaggio da solo?». Il motivo? «Indaghiamo la sfera dell’incertezza, la voglia di mettersi in gioco, di abbandonare la comfort zone, di mettersi in discussione», spiega Stigliano. «Perché saper gestire l’incertezza in modo costruttivo è una straordinaria opportunità di fare innovazione».

Sette, 24 maggio 2019 (Pag 162Pag 163Pag 164Pag 165)

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