Una confraternita di idioti

 

(illustrazione di Luisa Tosetto)

«Pick a girl, dude. Pick a girl».

L’invito di Benjamin, quella sera, era piuttosto esplicito. «Scegliete una ragazza, una qualsiasi», ci consigliava quel ventenne biondo e ubriaco che aveva accolto me e il mio amico nel sudicio salone delle feste della confraternita Phi Psi, nel college di Swarthmore, in Pennsylvania. Era un’università di liberal arts e piuttosto intellettuale, di sinistra, in cui le bandiere della pace sventolavano alle finestre degli edifici gotici per protestare contro le guerre di Bush e gli studenti fumavano erba messicana nelle camere o seduti sui rami di un albero giapponese, discutendo di letteratura europea e cooperazione nel Sudest asiatico.

«Lo odiavo quel posto. Era troppo di sinistra», mi disse una volta lo scrittore Jonathan Franzen, che in quel campus si era laureato in tedesco nel 1981. Una ventina d’anni dopo era tornato per pronunciare un commencement address, un discorso ai neolaureati. «Alla cerimonia di laurea un ragazzo bianco si presentò vestito con una tunica tradizionale nigeriana», mi spiegò lo scrittore, strizzando gli occhi con disapprovazione. «Non è da fuori di testa?».

Era un college di sinistra, è vero, ma probabilmente Franzen non aveva frequentato granché le feste organizzate dalle due confraternite della sua università e si era perso la cosiddetta greek life, a cui gli studenti, generalmente, partecipano per status, per networking, ma soprattutto per l’alcol e il sesso. Alla fine di aprile, però, le confraternite di Swarthmore sono finite su tutti i giornali americani, prese come esempio della cultura sessista, misogina e razzista di questi club per soli uomini che film come «Animal House», «American Pie» o la «Rivincita dei nerd» avevano dimenticato di citare.

Quello che succede nelle confraternite, infatti, era noto da decenni, al punto che qualche anno fa, per esempio, la rivista Rolling Stones stilò la lista delle «peggiori dieci case d’America», perché ogni confraternita per regolamento deve averne una: vinse, per così dire, la Sigma Alpha Epsilon dell’università di Arizona State, i cui membri avevano appena abbandonato un ragazzo gonfio di tequila e incosciente davanti al pronto soccorso locale, con un post-it di indicazioni attaccato sul corpo; seconda si piazzò l’Alpha Delta di Dartmouth, a cui era ispirato proprio «Animal House», dove organizzarono un «ghetto party» indossando parrucche afro; terza arrivò la Sigma Alpha Epsilon dell’Università del New Mexico, in cui c’era una lunga tradizione di violenze sessuali, per lo più con vittime minorenni.

In quel campus troppo di sinistra, in quella sera di inizio millennio, io e il mio amico ci sedemmo su un divanetto in similpelle nero, sporco di birra e altri liquami appiccicosi, senza scegliere nessuna ragazza. Discutevamo poco sobri con l’ennesima tazza di pessimo vino fra le mani, mentre due confratelli giocavano a Beirut cercando di centrare, da un lato all’altro del tavolo, dei bicchieri di plastica pieni di birra con una pallina da ping pong. Chi ci riusciva obbligava l’avversario, non proprio riluttante, a bere. Il gioco aveva un nome straordinario che, secondo un articolo pubblicato nel 2004 dal Daily Princetonian, fu inventato nel 1985 dal presidente di una confraternita dell’Università di Lehigh, non distante da Swarthmore. «Era un’analogia fra le palline da ping pong che volavano sopra il tavolo atterrando dalla parte dell’avversario e l’idea che gli Stati Uniti dovessero bombardare Beirut» dopo l’attentato di Hezbollah che nel 1983 era costato la vita a 241 marines nella capitale libanese. Inizialmente doveva chiamarsi Libya, come la nazione appena bombardata da Reagan, ma non suonava bene e ripiegarono sul Libano. «Magari non sapremo mai le vere origini del gioco Beirut», scriveva l’autrice Laura Berner, all’epoca studentessa al secondo anno. «Quello che sappiamo, però, è che fu frutto dell’ingegno di qualche confratello attento agli affari esteri che sentì la necessità di collegare la cronaca a uno sport da ubriaconi: che tu vinca o perda, vieni comunque bombardato».

Effettivamente, quella sera, i due concorrenti al tavolo di Phi Psi si bombardavano e bevevano, fino a quando la pallina colpì uno spigolo e rotolò ai nostri piedi, cambiando il corso della serata.

Non sto a spiegarvi cosa successe nei dettagli, vi basti sapere che il mio amico e un confratello avevano una ragazza in comune: a uno piaceva, l’altro ci era fidanzato. Il risultato fu che cominciarono a volare bicchieri di vetro sopra le nostre teste, qualcuno afferrò il collo di qualcun altro e fummo cacciati nella neve di fine gennaio. A quel punto il mio amico, agitando il pugno in aria, decise di aggiungere: «Non finisce qua, stronzi».

E in effetti non finì là. Il presidente di Phi Psi sguinzagliò uno dei suoi scagnozzi e lo autorizzò ad attaccare. Fu una rissa cruenta e sleale, per larghi tratti impari, ma ci fa ancora ridere ripensare a quando, nel cuore della notte, andammo a protestare nella stanza del presidente dell’altra confraternita: era un ex giocatore di football, nero, enorme, gay, che ci accolse steso sul letto in boxer attillati bianchi e piume di struzzo rosa sulla testata. «Non vi preoccupate», disse. «Ci penso io». Noi ci preoccupammo lo stesso e dormimmo con una mazza da baseball a portata di mano.

Credo non ci sia bisogno di specificare chi quella sera le prese e chi no. Episodi del genere, però, si verificavano più o meno ogni fine settimana, a Swarthmore e nel resto d’America. Da quando, nel 1775, fu fondata la prima confraternita al College of William and Mary, in Virginia, per permettere agli studenti di discutere più liberamente di politica al tempo della rivoluzione americana, le confraternite si sono diffuse in più o meno tutte le grandi e piccole università del Paese: oggi sono circa 10.000, e ogni anno accolgono più o meno 100.000 nuove matricole impazienti di scoprire i piaceri della vita universitaria. Questo nonostante le numerose controversie degli ultimi anni.

Basta un dato per farsi un’idea di quello che accade in queste case gestite per lo più da studenti ubriachi: fra gennaio 2010 e giugno 2018 nelle confraternite americane sono stati registrati 2.130 episodi di nonnismo, razzismo, assalti sessuali, violenze varie, abuso di alcol e – in oltre 40 casi negli ultimi dieci anni – morte. Una delle storie più note, in America, è quella di Timothy Piazza, studente al secondo anno di Penn State che è morto nel 2017 dopo aver bevuto 18 drink in 82 minuti durante un rito etilico d’iniziazione: la sua vicenda, grazie alla battaglia dei suoi genitori, è considerata un punto di svolta nella vita delle confraternite, che hanno cominciato a istituire controlli e a prendere precauzioni.

A Swarthmore le cose andavano un po’ meglio che in altre università, ma nello stesso luogo in cui avevo incrociato per la prima volta la sinistra radicale americana avevo imparato a conoscere anche quella greek life fatta di alcol, sesso sguaiato e violenza gratuita, dove vigeva una cultura sessista e si praticava un gioco dal nome che oggi sarebbe inaccettabile per le regole del politically correct.

Alla fine di aprile, però, entrambe le confraternite di Swarthmore si sono scontrate con l’America contemporanea, quella delle politiche identitarie e del #MeToo che ha decisamente cambiato le relazioni fra i sessi. È successo che i due giornali del campus – lo Swarthmore Phoenix e il Voices, due quotidiani studenteschi per 1.600 alunni – hanno pubblicato un documento di 116 pagine contenente i verbali delle riunioni di Phi Psi fra il 2010 e il 2016: c’erano descrizioni dettagliate degli incontri sessuali dei confratelli, si parlava di un presunto «attico dello stupro», venivano riportate conversazioni inammissibili su donne, minoranze e assalti sessuali, si usava un linguaggio omofobo e razzista.

Dopo aver letto quel documento, un centinaio di studenti ha occupato lo stesso salone in cui io e il mio amico cademmo in trappola. Hanno fondato il gruppo «Coalition to End Fraternity Violence» e sono rimasti là per due settimane, cantando canzoni pacifiste, finanziando i pasti con una colletta su PayPal, pulendo i pavimenti appiccicosi e i bagni incrostati, trasformando il salone in una biblioteca in cui studiare in vista degli esami di fine anno.

Chiedevano la chiusura delle due confraternite e il 30 aprile la hanno ottenuta.

«Il contenuto del documento pubblicato è inaccettabile», hanno ammesso gli attuali membri in un post pubblicato sulla pagina Facebook della confraternita, puntualizzando che all’epoca dei fatti erano ancora alle medie o alle superiori. «Alle 8 di questa sera, 30 aprile, dopo una settimana di discussioni, i fratelli hanno votato all’unanimità per dissolvere la confraternita di Phi Psi nel campus di Swarthmore», continuava il messaggio. «In tutta coscienza, non possiamo essere membri di un’organizzazione con una storia così dolorosa».

A Phi Psi si è accodata l’altra confraternita, Delta Upsilon, che in un breve messaggio sulla pagina Facebook ha scritto di aver «ascoltato in silenzio le preoccupazioni e i sentimenti della comunità studentesca» e di aver deciso «all’unanimità di sciogliere la confraternita nel migliore interesse di Swarthmore». Speriamo, hanno concluso, »che la nostra vecchia casa diventi uno spazio inclusivo e sicuro».

Nella casa di Phi Psi non c’è più traccia dei confratelli, e non si sa neanche che fine abbia fatto quello che viveva in una stanza del primo piano. I manifestanti, però, non se ne sono andati: continueranno a protestare «a tempo indefinito», finché l’università non donerà gli spazi delle confraternite ai gruppi che sono stati storicamente marginalizzati all’interno del campus.

«Altre confraternite dovrebbero seguire l’esempio di Swarthmore», ha scritto sul Guardian la scrittrice femminista Jill Filipovic. «Non c’è niente di male nel voler vivere in una casa con i tuoi amici. Non c’è niente di male nei legami fra maschi e nella fratellanza. Ma si può fare senza organizzare audizioni per organizzazioni che escludono e che sono diventate, in tutto il Paese, sinonimo di violenza, ubriacature e misoginia».

Corriere della Sera, 24 maggio 2019 (Futura #130)

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