Per costruire l’esistenza di Romy Hall, una spogliarellista di 29 anni condannata a due ergastoli per aver ucciso uno stalker, la scrittrice americana Rachel Kushner ha cominciato a visitare prigioni nel 2014: è entrata a Folsom con un professore di criminologia che le ha spiegato il sistema carcerario; ha incontrato un ex detective della polizia di Los Angeles che arrotondava come killer a pagamento; ha stretto legami con le detenute di Chowchilla, il più grande carcere femminile del mondo, nella central valley californiana. Per scrivere la storia della protagonista del suo ultimo libro – Mars Room (Einaudi) uscito in Italia ad aprile – Kushner si è però rifugiata in Italia, a Civitella Ranieri, un castello del Quindicesimo secolo sulle colline umbre, a pochi chilometri da Umbertide, che ospita una residenza per scrittori, compositori e artisti celebre in tutto il mondo. Solo nell’alta valle del Tevere ha messo in ordine la vita turbolenta della sua voce narrante, una donna nata senza possibilità in un Paese che non lascia scampo ai poveri, trasformandola in una guida nei bassifondi d’America e nelle celle umide della California.

«Ho passato l’estate del 2016 a Civitella, ci ho scritto gran parte di Mars Room: lavoravo come una pazza, giorno e notte. Il tempo che ho passato là mi ha permesso di guadagnare terreno, e in autunno ho terminato il libro», racconta a 7 Kushner, 50 anni, che a fine giugno è tornata a Civitella per lavorare al suo quarto romanzo. «Mi svegliavo, aprivo la finestra sul meraviglioso panorama umbro e prendevo il ritmo con la luce, l’aria, il paesaggio. Lavoravo tutto il giorno e poi andavo a correre sulle colline. Bisogna essere dei veri nevrotici per non sentirsi ispirati».

La pensava così anche Ursula Corning, filantropa ed esploratrice newyorkese nata in Svizzera, che fin da bambina passava le estati al castello con i cugini, i marchesi Ranieri di Sorbello. Nel 1968, una volta in pensione, lo prese in affitto e cominciò ad ospitare amici artisti che, in cambio di una vivace conversazione serale, ricevevano vitto, alloggio e uno spazio per lavorare. Nel 1995 Corning trasformò Civitella Ranieri in una vera e propria residenza e, prima di morire nel 2002, istituì la fondazione americana che oggi finanzia le operazioni: i dipendenti sono 15, divisi fra gli uffici di Umbertide e New York, e la gestione costa circa un milione e mezzo di euro all’anno, soldi che provengono dalle rendite dell’eredità.

Dal 2007, la direttrice è Dana Prescott, artista e poetessa bostoniana di origini italiane, che dopo aver insegnato in alcune università americane a Roma e aver curato la direzione artistica dell’American Academy è arrivata in Umbria per proseguire il lavoro di Corning. «L’amministrazione è un’impresa creativa molto sottovalutata», ci spiega. «Qui le ore del giorno sono dedicate al lavoro, sia per i fellow che per lo staff. Ci riuniamo soltanto la sera, a volte per una lettura o una presentazione, e, ogni giorno, per la cena: è in quel momento che si formano le amicizie. Ceniamo all’aperto, sotto un pergolato, beviamo vino e discutiamo».

Sotto quel pergolato, in un pomeriggio qualunque a Civitella, ci siamo ritrovati a pranzare con una decina di ospiti, fra cui la scrittrice iraniana Azar Nafisi, autrice di Leggere Lolita a Teheran, il suo collega nigeriano A. Igoni Barrett e la jazzista americana Esperanza Spalding, tutti intenti a scambiarsi idee e risate durante il pasto a base di prodotti a chilometro zero. In 25 anni, Civitella Ranieri ha ospitato un migliaio di fellow, invitati secondo un rigoroso processo di selezione. Nelle stanze del castello hanno lavorato e dormito fra gli altri lo scrittore algerino Kamel Daoud, quello americano Gary Shteyngart, la compositrice cinese Du Yun, l’italiano Vittorio Montalti, l’artista sudafricano William Kentridge, che ha donato tre acqueforti, e il poeta americano Mark Strand, che alla fondazione, prima di morire, ha lasciato in eredità i propri libri.

«La biblioteca di Civitella, con i volumi di Strand, è straordinaria: ho avuto la possibilità di sfogliare libri che hanno influenzato quello che stavo scrivendo, libri che non avrei mai pensato di leggere finché non li ho scoperti là», racconta Kushner. «Ho anche fatto delle amicizie, in particolare con il compositore islandese Johann Johannson, che purtroppo è morto lo scorso anno: ci mandavamo email a notte fonda consigliandoci film, li guardavamo – ognuno nella sua stanza – e poi ne parlavamo il giorno dopo a cena».

Come spiega il coordinatore Diego Mencaroni, «alla base della residenza c’è l’offerta di tempo e spazio che ognuno può dedicare a sé stesso e al proprio lavoro, quindi ogni attività parallela non è obbligatoria. Nonostante questo», prosegue, «ogni martedì offriamo una gita, il mercoledì accompagniamo i fellow al mercato di Umbertide e siamo molto attenti a far conoscere loro i sapori e le tradizioni locali, al punto che alcuni dei nostri ospiti finiscono per collaborare con le realtà del posto, ad esempio i ceramisti di un’azienda di Montone».

Proprio questa libertà, secondo Kushner, contribuisce al successo di Civitella. «Il fatto che mi permettessero di nascondermi e restare nella mia stanza è stato importante: ero là per lavorare e loro lo capivano. Non c’era nessuna pressione a socializzare, e questo è fondamentale per una residenza. A Civitella lo ho percepito chiaramente», afferma la scrittrice americana. «A casa ho molte cose di cui occuparmi ogni giorno: commissioni, lavori domestici, spesa, conti, la famiglia e un figlio. Là invece non avevo nulla da fare, se non scrivere. Ed era qualcosa di speciale».

Non è un caso, dunque, che per iniziare il suo nuovo romanzo – «un libro completamente diverso da tutto quello che ho scritto finora: sarà ambientato nella valle del Vézère, in Francia, dove trentamila anni fa vissero sia l’Homo Sapiens che quello di Neanderthal» – Kushner è tornata a Civitella. «Parecchi scrittori con figli non potrebbero permetterselo», ci confida. «Io però sono fortunata: ho un compagno che mi copre quando sono via».

Sette, 19 luglio 2019 (pag 138, pag 139, pag 140)

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