Nell’estate di cinquant’anni fa Charles Manson terrorizzò l’America cambiando per sempre il Paese, che dopo gli omicidi efferati compiuti fra il luglio e l’agosto del 1969 divenne più sospettoso e cominciò a sentirsi meno sicuro. Manson non era solo. Aveva una setta obbediente, la Famiglia Manson, che portò a termine il suo piano uccidendo nove persone fra cui l’attrice Sharon Tate, moglie di Roman Polanski, incinta di otto mesi. Aveva anche un figlio, avuto con Mary Brunner – la sua prima seguace, che partecipò all’omicidio di Gary Hinman – che all’epoca aveva poco più di un anno: si chiamava Valentine Michael Manson. Oggi di anni ne ha 51, il suo nome è Michael Brunner e ha deciso di parlare – per la prima volta in 26 anni – in un’intervista con il Los Angeles Times. L’unica altra volta che si lasciò intervistare era il 1993, mentre gli agenti federali assediavano il quartier generale dei davidiani a Waco, in Texas, e l’America aveva ripreso a interessarsi alle sette. L’assedio durò due mesi e causò 82 morti, lui nell’intervista disse soltanto che «gli dispiaceva per quello che aveva fatto suo padre, e che avrebbe voluto che le cose fossero andate in modo diverso, ma purtroppo non era così». Oggi però le cose sono cambiate. Quando il padre è morto, due anni fa, Brunner ha cominciato a fare i conti con il genitore e ha letto un libro di 991 pagine intitolato The Manson File: Myth and Reality of the Outlaw Man. L’autore, Nikolas Schrek, ha intervistato per ore Charles Manson, ci ha girato un documentario, e ha cambiato il punto di vista di Brunner: suo padre non aveva ordinato quei nove omicidi, ma era stato incastrato per coprire un grosso affare di droga e salvare le élite di Hollywood. Manson era sì un criminale, ma non il mostro descritto dai media. Brunner però non può esserne certo: non lo ha mai incontrato. «Come si chiama mio padre?», ricorda di aver chiesto, di tanto in tanto, ai nonni materni che l’avevano adottato legalmente e con cui viveva a Eau Clair, in Wisconsin. «Non mi hanno mai mentito. Mi dicevano che si chiamava Charles Manson, e che era un pazzo», ha raccontato. Non c’era internet all’epoca: fu un ragazzino in terza elementare a rivelargli la verità. «Tuo padre è un assassino». Brunner si trovò per la prima volta di fronte alla verità e a quel genitore ingombrante, che ha evitato per tutta la vita. Nonostante questo, sostiene, ha avuto un’esistenza normale al 99,9%. «Tutti hanno uno 0,1% della propria vita che li imbarazza, che tengono chiuso in un armadio», ha raccontato al quotidiano di Los Angeles. «Lui era il mio». Con Manson ha avuto un solo contatto, anni fa, mentre era in Afghanistan come contractor militare. Durante un lungo inverno noioso mandò un paio di email senza ricevere risposta, poi fu raggiunto da una cartolina del padre, che per anni aveva provato ad avvicinarlo e lo invitava a scrivere. Avrebbe voluto farlo, ma «i giorni diventarono settimane, le settimane mesi, e alla fine non l’ho mai fatto. Poi è diventato troppo tardi».

Corriere della Sera, 20 luglio 2019 (rassegna stampa)

Un pensiero riguardo “Le confessioni del figlio di Manson

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