Gli Stati Uniti sono considerati un Paese litigioso, per lo meno dal punto di vista legale: si dice che un americano non esca mai di casa senza il numero del suo avvocato. A consolidare questa reputazione, più dei dati, sono state cause celebri che nel tempo hanno fatto il giro del mondo: 25 anni fa esatti, per esempio, una giuria del New Mexico condannò McDonald’s a risarcire con 2,8 milioni di dollari un’anziana signora che si era ustionata rovesciandosi addosso un caffè bollente (alla fine le parti si accordarono per 600 mila dollari).

Queste sono due storie degli ultimi giorni:

In Georgia, un uomo vegano ha fatto causa a Burger King per pubblicità ingannevole, sostenendo che la catena di fast food avrebbe servito ai clienti gli Impossible Whopper – hamburger a base vegetale disponibili da agosto – senza specificare che sono cotti sulle stesse griglie in cui vengono preparati quelli a base di carne, e quindi nel grasso di manzo. Burger King non ha commentato, ma effettivamente promuove gli Impossible Whopper con lo slogan «100% Whopper, 0% Beef». Nella descrizione del prodotto – scritta molto in piccolo – aggiunge tuttavia che i clienti che vogliono un’opzione «meat-free» possono richiedere che gli hamburger non siano preparati sulle stesse griglie usate per la carne. Oltre ai danni Phillip Williams – che sta provando a trasformare la causa in class action – chiede un’ingiunzione che obblighi Burger King a usare griglie diverse.

In New Jersey, una ex promessa del baseball ha fatto causa al suo allenatore del liceo che sette anni fa, durante una partita, gli urlò di scivolare per raggiungere la terza base senza farsi eliminare. Si trattava di una normale azione di gioco, che portò conseguenze disastrose: nell’eseguire l’ordine il ragazzo – Jake Mesar, che oggi ha 22 anni – si ruppe una caviglia, rischiò l’amputazione e non è mai più tornato a giocare. Da allora ha avuto periodi di depressione e attacchi di panico e, come ha spiegato in tribunale il suo avvocato, dovrà convivere con questo infortunio per tutta la vita. La giuria, però, ha dato ragione all’allenatore John Suk, che oggi ha 31 anni. «Cosa sarebbe successo se avesse perso?», si è chiesto in un bell’articolo su NJ.com Steve Politi, cronista sportivo di lungo corso. Una risposta l’ha ipotizzata Suk: «Forse sarebbe stata la fine dello sport nei licei». Chi si sarebbe più preso la responsabilità di allenare una squadra di calcio o lacrosse sapendo che una giuria avrebbe potuto considerarlo responsabile di un infortunio?

Corriere della Sera, 21 novembre 2019 (newsletter AmericaCina)

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