Donald Trump ha firmato a ottobre un ordine esecutivo che permette a Stati e città di porre un veto all’arrivo di nuovi rifugiati. Sembrava l’occasione perfetta per scatenare la retorica anti immigrazione di sindaci e governatori intenzionati a cavalcare l’ondata nazionalista, invece i risultati sono stati molto diversi. In uno Stato bianco, conservatore e ultra-religioso come lo Utah, per esempio, il governatore Gary Herbert – normalmente allineato con le politiche trumpiane – ha scritto una lettera al presidente chiedendogli di mandare più rifugiati, non meno, perché «sono diventati impiegati produttivi e cittadini responsabili». La lettera di Herbert è stata sostenuta da tutti i repubblicani eletti al parlamento statale e nei consigli comunali, oltre che dalla delegazione dello Utah in Congresso: c’è una differenza, sostengono, fra l’immigrazione irregolare e i rifugiati che sono arrivati in America legalmente.

E così, uno Stato sperduto in mezzo al deserto – con 3 milioni di abitanti per il 90 per cento bianchi e in gran parte conservatori – accoglie più persone pro-capite di roccaforti liberal come California e New York: oggi sono circa 60 mila i rifugiati presenti nello Utah. Alla base però non c’è solo un mero calcolo economico, ma anche una motivazione religiosa.

Due terzi degli abitanti sono infatti di religione mormone, una confessione che ha costruito la propria narrativa sulle persecuzioni a cui nell’Ottocento furono sottoposti i primi fedeli, arrivati nello Utah proprio in cerca di una terra promessa. L’origine della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni ha influenzato dunque l’approccio dello Utah verso i rifugiati, così come le missioni dei giovani – che finito il liceo passano di norma due anni a lavorare all’estero – hanno portato una comunità tendenzialmente chiusa e conservatrice ad avere una familiarità con le culture straniere e una spiccata sensibilità nei confronti dei rifugiati.

Corriere della Sera, 3 dicembre 2019 (newsletter AmericaCina)

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