Le vecchie glorie amano Trump, perché offre loro la possibilità di tornare politicamente rilevanti. Lo sostiene Peter Beinart, professore di giornalismo della City University of New York, che in un articolo pubblicato sull’Atlantic spiega le ragioni per cui il presidente si è circondato di ultrasettantenni assetati di fama. Dopo Paul Manafort, Newt Gingrich e Rudy Giuliani, ora è il turno delle due stelle della squadra legale: Alan Dershowitz (81 anni) e Kenneth Starr (73).

Il primo — qui l’intervista di questa estate con Viviana Mazza — a 28 anni è divenuto il più giovane professore nella storia della Harvard Law School, a 52 ottiene la fama con un caso di cronaca nera hollywodiana e poi contribuisce alla difesa di O. J. Simpson. Il secondo a 37 anni viene nominato alla Corte d’appello del District of Columbia, il secondo tribunale più importante d’America, e a 51 scrive il rapporto su cui si basava l’accusa nell’impeachment di Clinton, venendo nominato da Time — insieme allo stesso presidente — uomo dell’anno per il 1998. Insomma, rapida ascesa in gioventù, apice della fama raggiunto con la mezza età e poi l’inesorabile crepuscolo arrivato con la vecchiaia: Dershowitz è andato in pensione nel 2013, Starr ha lasciato Washington per la carriera accademica.

«Il successo è una dipendenza come tutte le altre: il cervello si abitua a uno stimolo e — quando questo diminuisce — si affanna per mantenerne il livello», spiega a Beinart Donna Rockwell, autrice di uno studio sulla psicologia della celebrità. «Essere parte dello show dà dipendenza, e una volta che ne hai fatto parte cercherai di tornare nel giro». È quello che è successo a Dershowitz e Starr, che ora si battono per tornare al centro del gioco: a differenza del passato, però, nell’era Trump trovano la porta spalancata, perché i repubblicani nel pieno della carriera non vogliono sporcarsi le mani lavorando con il presidente, o difendendolo pubblicamente. «La novità non è il desiderio di riabilitazione politica, ma l’opportunità», scrive Beinart. «È la rivincita dei politici finiti».

Corriere della Sera, 23 gennaio 2020 (Rassegna Stampa)

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