Più o meno tutti, negli Stati Uniti, hanno pensato al giorno in cui Buddy Holly, Richie Valens e The Big Bopper precipitarono con un aereo vicino a Clear Lake, in Iowa. Era il 3 febbraio del 1959 e passò alla storia come «il giorno in cui morì la musica»: così lo definiva Don McLean nel 1971, nella canzone American Pie. Ieri sera, sulla pagina Reddit dedicata ai Los Angeles Lakers, qualcuno ha scritto che il 26 febbraio 2020 verrà ricordato come «il giorno in cui è morto il basket»: ce n’era uno con Kobe Bryant, e ora ce ne sarà uno senza. «Abbiamo perso un fratello oggi», scrive J88garcia, autore del thread. «Siamo tutti fratelli». Già, perché sebbene sia stato divisivo, abbia litigato con compagni fenomenali come Shaquille O’Neal perché – parole sue – c’erano «due maschi alfa nello stesso spogliatoio», abbia ammesso a metà – come qualcuno non ha mancato di ricordare nel giorno della morte – che quelle accuse di stupro che gli vennero mosse nel 2003 non erano del tutto infondate, Kobe Bryant era in fondo amato e rispettato da tutti.

Però aveva «un senso di urgenza», come ha scritto sul Washington Post Jerry Brewer. Si spostava in elicottero, anche per andare alle partite, «perché non aveva tempo da perdere con il traffico. Doveva essere più veloce ed efficiente». Altrettanto rapidamente, dopo il ritiro, si era trasformato in uno «storyteller»: Ceo, Writer and Producer dei Granity Studios – come recita la sua bio su Twitter – con cui aveva già vinto un Oscar nel 2018 con il corto Dear Baskteball. Poco sotto c’è il suo ultimo tweet: «Grande rispetto per il mio fratello LeBron James», che proprio la sera prima lo aveva superato al terzo posto della classifica dei marcatori Nba di tutti i tempi. Nonostante tutto, però, «la sua storia è fastidiosamente incompleta, ed è per questo che in molti non riescono ad accettare la sua morte», scrive Brewer. «Tante celebrità hanno lasciato questo mondo anche più giovani, ma ci sono tre cose che rendono dolorosa la sua perdita: la sua carriera eccezionale e indimenticabile, la sensazione che stavamo cominciando a conoscerlo davvero e la speranza che senza i suoi superpoteri cestistici – e l’ego che ne conseguiva – sarebbe diventato ancora migliore di quanto fosse in campo».

Corriere della Sera, 27 gennaio 2020 (newsletter AmericaCina)

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