Il coronavirus ha drasticamente mutato le abitudini politiche americane, con i candidati che invece di salire su un palco, grande o piccolo, per arringare elettori come avrebbero voluto fare di questi tempi, se ne devono stare chiusi in casa per evitare un contagio. E così, il fondamentale contatto con i cittadini in giro per il Paese o per il proprio distretto è diventato di colpo virtuale. Per tutti: dietro Joe Biden — che lavora in un seminterrato a Wilmington, in Delaware — ci sono infatti migliaia di candidati in tutti gli Stati Uniti che aspirano a un seggio in Congresso, in un parlamento statale, in consiglio comunale, o a decine di altre cariche elettive. «Anche se la situazione dovesse cambiare», puntualizza Michael Barone, il decano dei commentatori politici e autore dell’Almanacco della politica americana, «è improbabile che si possano organizzare grandi comizi come prima». I candidati, quindi, devono escogitare un nuovo modo per farsi ascoltare, conoscere e apprezzare

«Il Covid-19 ha cambiato il modo di rapportarci agli elettori e di mobilitare i volontari. Con le regole di distanziamento sociale dobbiamo affidarci molto di più alla tecnologia, alle telefonate e ai computer: questo significa una maggiore presenza sui social media, per far vedere che io e la mia squadra siamo attivi e manteniamo una forte presenza nella comunità», ci racconta il deputato democratico della California Gil Cisneros, in corsa per la rielezione (qui vi avevamo raccontato la sua campagna elettorale). «Ora i comizi e i town hall meeting (gli incontri che prevedono domande dal pubblico, ndr) li dobbiamo fare al telefono, in diretta su Facebook o attraverso altri programmi video che permettono alle persone di partecipare al processo politico, ma stando al sicuro in casa propria. In alcuni casi, la partecipazione è anche più semplice: basta digitare una domanda o un commento».

I rally, ci conferma Henry Barbour, membro di spicco del partito repubblicano in Mississippi e nipote dell’ex governatore Haley Barbour, devono diventare virtuali. «I candidati devono essere creativi sui social media e dare un messaggio intelligente e centrato sugli interessi delle persone. Che si parli di sanità, istruzione o economia, però, ora tutto è letto attraverso la lente del virus: tutti vogliono sapere cosa stai facendo per aiutare la loro famiglia a sopravvivere, letteralmente», afferma Barbour. «Trump si connette molto bene con gli elettori, ma io lo incoraggerei a organizzare town hall meeting virtuali che escano dall’area di Washington, con dottori, infermieri, pazienti e lavoratori provenienti da tutto il Paese: le persone vogliono essere rassicurate, quindi il presidente deve essere molto visibile e dimostrare di avere la situazione in pugno nel proteggere tutti noi». La campagna di Biden, invece, «deve capire che, finché il virus imperversa, il palcoscenico spetta a Trump. Io cercherei di avere un approccio proattivo nei confronti delle persone più vulnerabili, cercando di raggiungerle via messaggio, email, social media, telefono, radio».

Pur isolato in Delaware, infatti, l’ex vicepresidente Biden cerca di essere presente nella conversazione politica con un podcast e con continue interviste sui media. «La sua voce si sente quasi tutti i giorni», ci dice Theda Skocpol, scienziata politica e sociologa di Harvard. «Non può competere con il coronavirus o con gli show per la stampa di Trump, ma non credo sia importante per ora: avrà molte opportunità in futuro per fare notizia con un approccio di governo alternativo. Sta facendo un ottimo lavoro usando le parole di Trump contro di lui: questi spot colpiscono, senza bisogno di attacchi diretti da parte di Biden». Da un lato il blackout mediatico lo colpisce, conferma Rick Wilson, stratega repubblicano che contribuì a far eleggere George H. W. Bush, dall’altro la pessima gestione di Trump «sarà più forte di qualsiasi messaggio che Biden potrebbe comunicare». Il distanziamento sociale, secondo Wilson, colpisce però anche l’elettorato del presidente, «che vedeva i suoi comizi come un luogo in cui poter essere trasgressivi e liberi di esprimere il proprio odio per i media e per le élite».

«Una dinamica politica interessante», ci dice Miles Coleman, editor del Sabato’s Crystal Ball della University of Virginia, «è che questa emergenza favorisce gli incumbent, i politici in carica il cui nome è già conosciuto dagli elettori». In questa situazione di ansia e preoccupazione per la salute pubblica e l’economia, «i candidati dovrebbero fare il possibile per dimostrarsi il tipo di leader che gli elettori vorrebbero al comando», spiega John Halpin, senior fellow del think thank progressista Center for American Progress. «Devono essere competenti, empatici, razionali, indirizzare le persone verso informazioni scientifiche affidabili e aiutare quelle più vulnerabili, assistendo coloro che hanno bisogno del sostegno del Governo». Biden, nello specifico, dovrebbe «evitare di seguire Trump nel fango durante la pandemia, e continuare a mostrare agli elettori come gestirebbe una crisi di questa natura». Le critiche ai politici in carica devono essere «bilanciate», aggiunge Marc Meredith, professore di Scienze Politiche alla University of Pennsylvania, di modo che «i candidati non diano l’impressione di sfruttare politicamente la crisi».

Secondo Hamza Khan, consulente politico democratico e fondatore del The Pluralism Project, Biden si sta comportando in modo responsabile, limitando la propria esposizione, ma il coronavirus cambierà il modo di fare politica anche nel futuro. «Bisognerebbe essere pazzi come Nerone per organizzare un comizio durante la pandemia», spiega Khan. «Il risultato di tutto questo è che gli incontri digitali e sui social diventeranno la norma, come ad esempio i town hall meeting su YouTube. Considerando l’aumento dei nativi digitali americani — le generazioni Y e Z — il passaggio dai comizi di persona a quelli online sarebbe avvenuto comunque».

Senza poter bussare porta a porta, spiega però la professoressa Skocpol, «i democratici avranno difficoltà a far registrare i cittadini nelle liste elettorali e a fornire loro le schede per i voti via posta. E gli Stati governati dai repubblicani renderanno le regole ancora più strette». Anche chiusi in casa, però, «ci sono parecchie cose che i volontari delle campagne elettorali possono fare da remoto: molte ricerche sostengono che telefonate ben calibrate possono aumentare l’affluenza alle urne e persuadere gli elettori», ci dice Joshua Kalla, che insegna Scienze Politiche a Yale. «Un contatto di persona è sempre meglio, ma le telefonate possono comunque fare la differenza: in un’ora, oltretutto, puoi chiamare più gente di quanta ne avresti raggiunta bussando alla loro porta». L’assenza dei comizi, secondo Kalla, si sentirà soprattutto per quanto riguarda la copertura mediatica locale. «I consulenti delle campagne elettorali credono che sia influenzata dalle visite del candidato in un certo luogo, come si vede anche dalla strategia di Trump», spiega, «ma fra gli scienziati politici c’è un dibattito aperto: non sappiamo se sia vero oppure no».

Come chiarisce Stuart Stevens, celebre consulente politico che ha lavorato per decine di governatori, senatori e candidati alla presidenza conservatori, dall’Ohio al Mississippi, da Bush Jr. a Mitt Romney, «il piccolo sporco segreto delle campagne presidenziali è che non c’è nessun dato che confermi che a seconda di dove fai comizi puoi avere un impatto sul voto: tendiamo a correre in giro per il Paese, ma solo perché non sapremmo cos’altro fare. A contare davvero — conclude — sono il messaggio della campagna e i media».

Corriere della Sera, 1 aprile 2020

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