Prima che il documentario di Netflix Tiger King raccontasse le follie di Joe Exotic e Doc Antle, esplorando le deformazioni delle libertà individuali su cui si basano gli Stati Uniti, a New York comparve «l’uomo tigre». Non era un supereroe, ma un operaio edile di 31 anni, Antoine Yates, che nel 2001 portò un cucciolo di tigre di otto settimane nel suo appartamento di Harlem, Lo chiamò Ming, se lo tenne per quasi tre anni e molti, nel suo condominio di case popolari sulla 141esima strada, fingevano di non sapere dell’esistenza di quel «big cat», quella tigre che cresceva mangiando 10 chili di cosce di pollo al giorno. Arrivò a pesarne 200, di chili, aveva una sua stanza e anche un compagno di giochi che Yates gli aveva regalato: Al, un alligatore lungo un metro e mezzo che viveva in una vasca in vetroresina. Qualcuno ogni tanto si lamentava dell’odore di urina che arrivava dall’appartamento 5E, ma nessuno menzionò mai la tigre.

Fino a quando, nell’ottobre del 2003, un incidente svelò al mondo, e in particolare alla polizia di New York, la presenza di Ming (e di Al) in quell’appartamento di Harlem, alle Drew Hamilton Houses. «Giocando» con un gattino, che stava per fare una brutta fine, Ming azzannò accidentalmente a una gamba Yates, che si recò all’ospedale sostenendo di essere stato morso da un pitbull. I medici, scettici davanti alle ferite, allertarono le autorità e la polizia scoprì la presenza della tigre grazie a una microcamera: i due animali furono addormentati con un colpo sparato dalla finestra, trasferiti in un «santuario» in Ohio e Yates fu ribattezzato dai giornali «l’uomo tigre»: fu arrestato, passò tre mesi in galera, cinque anni in libertà vigilata e oggi, cinquantenne, vive con la madre nei pressi di Philadelphia.

Di lui si è ricordato Corey Kilgannon, ai tempi giovane reporter della cronaca cittadina al New York Times. «La città era più selvaggia», scrive sul quotidiano newyorkese, «ma neanche gli editor e i reporter più stagionati potevano credere che un uomo avesse tenuto una tigre in una casa popolare di Harlem». Yates è fra i 19 milioni di spettatori che nei primi dieci giorni dopo l’uscita del documentario ha guardato Tiger King, in questi giorni di gran lunga lo show più visto dell’America in quarantena, ma non gli è piaciuto: «Fa vedere quanto possono essere ignoranti questi cosiddetti amanti degli animali esotici», ha raccontato a Kilgannon. «Io ero consapevole di avere una tigre — dice — ma le interazioni fisiche e il legame erano così naturali, non era tanto diverso da crescere una scimmia o un serpente».

Per Yates, Ming — che pagò «un paio di migliaia» (di dollari) — era parte di un «un nuovo concetto», un piano utopistico di convivenza animale: gli aveva costruito un recinto di sabbia nella sua stanza e, per stimolarlo, ci giocava a nascondino con oggetti impregnati di profumo, bambole e pezzi di fegato congelati che si scioglievano ma mano. «Non volevo addomesticarlo», ricorda, «ma ne nutrivo l’istinto: ero il suo sergente istruttore». Ming era al tempo stesso il suo miglior amico, un fratello e la sua vocazione. Poi arrivarono l’incidente e la separazione, che non hanno cancellato il sogno di un «santuario» utopistico per la convivenza degli animali: «Rifarei tutto», dice oggi Yates. «Amerò sempre gli animali, non mi arrendo davanti al sistema giudiziario»

Lo scorso anno Ming è morto a 19 anni per cause naturali in Ohio ed è stato seppellito al cimitero degli animali di Westchester, nello Stato di New York, distante solo 17 miglia dalla casa della sua infanzia sulla 141esima strada. Sulla lapide si legge: «Ming, tigre di Harlem: leggendaria tigre newyorkese, cresciuta nell’appartamento 5E delle case popolari Drew Hamilton… Amata da molti». A cominciare da Yates che, promette, andrà presto a visitarla.

Corriere della Sera, 20 aprile 2020

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