Nascondendosi dietro alla pandemia, Donald Trump ha annunciato un blocco totale dell’immigrazione che porta semplicemente all’eccesso la sua politica dell’America First. La scusa perfetta è stata offerta da 22 milioni di sussidi di disoccupazione richiesti in un mese: proponendo di salvare posti di lavoro, però, il presidente ha portato a termine l’agenda architettata dal suo fedele consigliere Stephen Miller. Gli immigrati, secondo Miller, drenano la società americana, facendo abbassare gli stipendi e rubando il lavoro a coloro che in America ci sono nati. Da quando Trump è stato eletto nel 2016, non a caso, i visti concessi ai lavoratori stranieri sono calati del 25% in quattro anni, ma il coronavirus ha offerto l’occasione definitiva di «isolare il Paese», come ha scritto il New York Times. Alla base di questa scelta, tuttavia, c’è l’idea strampalata che il «nemico invisibile» sia fuori, non dentro: è come se l’eccezionalismo americano rendesse in qualche modo immuni dal coronavirus.

Le giustificazioni legali, ha detto al Washington Post il direttore degli studi sull’immigrazione del Cato Institute Alex Nowrasteh, ci sono: il titolo 42 dello U.S. Code autorizza il presidente a bloccare l’immigrazione per motivi sanitari, mentre la decisione con cui la Corte Suprema ha confermato nel 2018 il suo travel ban gli offre un precedente legale. Eppure, non è mai successo nella storia moderna: durante la Spagnola del 1918 entrarono negli Stati Uniti 110 mila immigrati, e altri 170 mila (più 227 mila lavoratori agricoli temporanei) arrivarono durante la Seconda Guerra Mondiale.

Proprio i lavoratori agricoli, che compongono il 10% della forza lavoro nel settore, potrebbero essere l’eccezione, scrive il Wall Street Journal, insieme al personale sanitario, in particolare quello impegnato nella cura al virus. Non dovrebbero subire conseguenze neanche gli immigrati già negli Stati Uniti o quelli che stanno rinnovando il visto. Potenzialmente, scrive invece il Post, resteranno «in un limbo» fidanzati, figli e parenti dei cittadini americani.

Corriere della Sera, 21 aprile 2020 (Newsletter AmericaCina)

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