La popolazione di New York era in calo da tre anni consecutivi, ma la pandemia potrebbe accelerare la fuga. «Per noi è una grande opportunità», ha raccontato al Wall Street Journal Ross Sapir, presidente di una ditta di storage inondata in queste settimane di telefonate, per lo più di persone che hanno lasciato la città e chiedono agli operai di andare a liberare i loro appartamenti abbandonati, mettendo tutto in un deposito. «Temo però», afferma Sapir, «che ci saranno ripercussioni sull’economia della città»: un’economia che si basa proprio su milioni di persone che scelgono di vivere in appartamenti minuscoli, camminare per marciapiedi affollati, salire in carrozze della metropolitana stipate.

Ora che New York è l’epicentro dell’epidemia e il distanziamento sociale è legge, però, questo sovraffollamento ha innescato un esodo che potrebbe lasciare la città senza forza lavoro essenziale e senza il gettito fiscale necessario per provvedere a servizi vitali come metropolitana, parchi, scuole: secondo le stime, nei prossimi due anni potrebbero svanire 10 miliardi di dollari in tasse. Già fra il 1970 e il 1980 la città perse il 10% della popolazione a causa della deindustrializzazione, e la successiva crisi fiscale portò New York sull’orlo di una bancarotta da cui impiegò tempo a risalire.

Il necrologio della metropoli è stato scritto molte volte, l’ultima l’11 settembre, con la città che invece ha prosperato per quasi vent’anni e ha superato anche la crisi del 2008, scrive il Journal. «È sempre stato difficile vivere in questa città sporca, sovrappopolata e costosa, ma i benefici – a cominciare dalla scena artistica e culturale – hanno sempre superato i costi», ha spiegato Seth Pinsky, ex presidente della New York City Economic Development Corporation.

Se ci voleva determinazione prima, però, ora ce ne vorrà ancora di più. Come quella di Eliot Rabin, ostinato titolare di una boutique dell’Upper East Side che ha deciso di riaprire nonostante il lockdown imposto dal governatore Andrew Cuomo. «Terrò le porte aperte, venga l’inferno o l’acqua alta», ha spiegato al New York Post, chiedendosi perché un negozio di alcolici può essere considerato essenziale, ma non la sua boutique. Chi può permettersi un abito da 15 mila dollari, dice Rabin, 78 anni, avrà già lasciato la città, ma a lui non resta altra scelta se vuole salvare il negozio. E quindi ha riaperto, per offrire «un supporto emotivo essenziale» a chi è rimasto, nonché una «vaccinazione interna»: un sorso di bourbon del Kentucky, «che fa sentire meglio».

Corriere della Sera, 27 aprile 2020 (Newsletter AmericaCina)

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