Il silenzio di Joe Biden sta amplificando le accuse di Tara Reade, l’ex assistente parlamentare che il 24 marzo ha raccontato di essere stata molestata sessualmente nel 1993, nell’ufficio dell’allora senatore del Delaware. Nelle cinque settimane successive, l’ex vicepresidente ha rilasciato 19 interviste dal suo seminterrato di Wilmington e ha parlato per circa 4 ore senza mai affrontare la questione, scrive il Washington Free Beacon: nessuna delle 142 domande che gli sono state poste, prosegue il sito conservatore, riguardavano le accuse di Reade. A destra, insomma, sostengono che i «media mainstream» stiano evitando l’argomento, ma in realtà è lo staff del candidato democratico ad aver eretto un muro, rifiutando di rispondere a qualsiasi domanda sull’argomento.

Intanto però continuano a emergere dettagli e conferme che, indipendentemente dal colore politico, rimbalzano di sito in sito. A sinistra qualcuno ha messo in dubbio l’affidabilità di Reade, che già in passato aveva denunciato di essere stata toccata «in modo inappropriato» da Biden senza accennare alle mani sotto la gonna; a destra invece spingono per evidenziare l’ipocrisia di un uomo che si erge a paladino delle donne. Questa, del resto, è la linea diramata dalla campagna elettorale: «Joe Biden è un accanito difensore delle donne», sostengono, ma potrebbe non bastare più. Anche all’interno del fronte democratico, infatti, gli alleati cominciano a chiedere spiegazioni, in particolare gli attivisti per i diritti delle donne.

Biden, invece, non ha mai risposto, costringendo i suoi alleati a farlo per lui. Questa strategia potrebbe però trasformarsi in una polpetta avvelenata, in particolare per le sue alleate progressiste e per le donne in lizza per la vicepresidenza. A tutte è stata rivolta almeno una domanda: Stacey Abrams ha detto a Cnn che secondo un’indagine del New York Times l’assalto «non sarebbe accaduto»; Amy Klobuchar, citando la stessa inchiesta, lo ha definito un leader nelle questioni femminili; Gretchen Whitmer e Kamala Harris hanno confermato il proprio sostegno al candidato democratico, con quest’ultima che ha però puntualizzato come Tara Reade abbia il diritto di raccontare la propria storia.

Su questo diritto si basa ora il dilemma dei democratici e del movimento #MeToo: da un lato devono difendere il loro candidato, dall’altro sostengono che le donne che denunciano molestie devono essere ascoltate, sostenute e credute. Le accuse di Reade, e il silenzio di Biden, mettono tutti davanti una scelta complessa:

1) se passassero sopra alle accuse pur di cacciare Trump, di fatto rinnegherebbero il movimento;

2) se decidessero invece di non votare Biden, favorirebbero Trump. Un presidente accusato di molestie da almeno una dozzina di donne, e dalla cui elezione è nato lo stesso #MeToo.

Corriere della Sera, 30 aprile 2020 (Newsletter AmericaCina)

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