(Massimo Gaggi) Quanto vale una vita umana? Alcuni anni fa (era Obama) gli esperti dell’Omb, l’ufficio di Bilancio della Casa Bianca, avevano messo nero su bianco un calcolo teorico. Basandosi su vari fattori di rischio — dal fumo alla guida di veicoli, fino ai lavori usuranti o pericolosi e, addirittura, alle insidie della carne poco cotta — avevano stimato che in America una vita vale, in media, dai 7 ai 9 milioni di dollari.

Il tema è tornato d’attualità col coronavirus, ma dopo le reazioni indignate suscitate dalle prime sortite di Boris Johnson che voleva traghettare la Gran Bretagna verso l’immunità di gregge senza alcun lockdown anche a costo di pagare un alto prezzo di vite spezzate, tutti, compresi i fan di un’America aperta a tutti i costi, hanno evitato l’argomento. Tanto più che, nel frattempo, anche Johnson aveva fatto dietrofront già prima di ammalarsi e finire in rianimazione.

Ma adesso che 31 Stati (soprattutto, ma non solo, a guida repubblicana) si accingono a riaprire i battenti da lunedì prossimo, la questione è di nuovo sul tavolo. C’è chi lo chiama prezzo della vita, chi preferisce usare l’espressione trade off, il rapporto tra la sofferenza per la perdita di una vita e quella per la devastazione dell’economia. «Nessun politico ne vuole parlare, ma è di questo che stiamo discutendo», ammonisce Andrew Cuomo, governatore di uno Stato, New York, che si sta muovendo con più cautela di altri, anche perché investito in pieno dalla tempesta del Covid-19.

Ha ragione a sostenere che questo è, ormai, il tema, ma il tabù sta cadendo. Fino a qualche giorno fa c’era solo il vicegovernatore del Texas, Dan Patrick, a dichiararsi pronto, da settantenne assai esposto, a rischiare la vita pur di lasciare a figli e nipoti un’America economicamente forte e prospera. Ma adesso sono parecchi gli esponenti conservatori a dirsi pronti a pagare un prezzo più elevato in termini di vite umane: dall’ex governatore del New Jersey, Chris Christie («Voglio tutelare la vita, ma è inevitabile pagare un prezzo per salvare il nostro stile di vita»), a Rudy Giuliani, che fu sindaco di New York, il messaggio è quello di riaprire anche accettando di avere molti più decessi.

Difficile negare che si morirà di più, visto che già ora le vittime, salvo New York, Seattle e la Louisiana dove sono state adottate le misure cautelative più severe, sono in aumento quasi ovunque. Ma i nuovi modelli che escono di continuo con previsioni di perdite di vite umane raddoppiate in caso di frettolosa riapertura di un’America che non ha ancora un sistema di monitoraggio efficace, spingono anche Donald Trump a uscire allo scoperto: oltre a smantellare la task force anti Covid, adesso sostiene che i modelli hanno un valore relativo. Ammette che riaprire costerà vite umane, ma aggiunge che anche tenere il Paese chiuso provoca vittime, sia pure di altro tipo: suicidi, violenze domestiche, droga.

P.S. (Andrea Marinelli) Rispetto al suo vice Dan Patrick, il governatore del Texas Greg Abbott è sempre stato più cauto, venendo accusato di aver dato due messaggi divergenti durante la pandemia: ha sostenuto che l’America dovesse tornare al lavoro come vuole l’ortodossia repubblicana e, al tempo stesso, che fosse necessario seguire le indicazioni scientifiche. Questo doppio binario è emerso chiaramente durante una telefonata privata con i parlamentari statali, di cui il Daily Beast ha ottenuto una registrazione che sta facendo discutere. «Ogni rapporto medico e scientifico mostra che la riapertura dello Stato farà automaticamente aumentare i contagi», ha spiegato Abbott, che pubblicamente aveva invece sostenuto che un eventuale incremento sarebbe stato riconducibile soprattutto all’aumento dei test. Nonostante la consapevolezza dei rischi, però, ha annunciato la fine del lockdown.

Corriere della Sera, 6 maggio 2020 (Newsletter AmericaCina)

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