C’è voluto un video pubblicato online per portare davanti al Grand Jury gli assassini di Ahmaud Arbery, un 25enne della Georgia ucciso a fine febbraio mentre correva per le strade del suo quartiere in tenuta sportiva: per quasi tre mesi la giustizia ha temporeggiato, perché a premere il grilletto erano stati l’ex poliziotto Gregory McMichael – che aveva lavorato a lungo con il pubblico ministero incaricato del caso – e il figlio Travis. I due uomini, di 64 e 34 anni, hanno sempre sostenuto di essere convinti che il ragazzo afroamericano fosse un ladro che si aggirava fra le case, di avergli intimato di fermarsi e che Arbery, alla vista delle pistole, li avesse aggrediti.

Li ha smentiti il video girato da un anonimo testimone e pubblicato ieri, che ha mostrato i due uomini mentre inseguivano il ragazzo con un pickup, per poi sparargli due volte. Il video dell’omicidio è diventato virale e ha dato vigore alle proteste degli attivisti, degli amici e dei familiari di Arbery, che per quasi tre mesi hanno chiesto l’arresto dei responsabili: ieri un centinaio di persone ha marciato verso la casa dei McMichael pretendendo giustizia. «Corro con Maud», sosteneva un cartello. «Niente giustizia, niente pace», si leggeva in un altro.

Eppure, come hanno spiegato a una televisione locale due amici di Arbery, «non è una questione di razza, di essere bianchi o neri, ma di ciò che è giusto o sbagliato». Come ha chiarito l’avvocato Lee Merritt, chiedendo l’immediata incarcerazione dei due uomini, «Il signor Arbery non aveva commesso alcun crimine, e non c’era motivo per cui i due uomini gli intimassero di fermarsi con un arma: questo è un omicidio», ha scritto l’avvocato Merritt. «Gli eventi mostrati nel video confermano tutte le prove: lo hanno preso di mira soltanto per la sua razza, e lo hanno ucciso senza giustificazione».

Il video ha ovviamente accelerato il corso della giustizia: il governatore Brian Kemp ha affermato che «i georgiani meritano una risposta», mentre il procuratore distrettuale Tom Durden ha inviato il caso al Grand Jury, che dovrà poi decidere se mandare i due uomini a processo.

Corriere della Sera, 6 maggio 2020 (Newsletter AmericaCina)

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