Nel mezzo della pandemia, Donald Trump si è spesso definito un presidente di guerra. Ieri sera, ha riproposto l’analogia militare definendo gli americani «guerrieri» impegnati in battaglia, e paragonando il coronavirus ai due più cruenti atti bellici subiti dagli Stati Uniti. «Questo è peggio di Pearl Harbor, peggio del World Trade Center», ha affermato Trump dall’Ufficio Ovale, riportando il Paese ai due momenti più dolorosi scolpiti nella memoria americana: l’attacco giapponese all’alba del 7 dicembre 1941 alle Hawaii e quello di Al Qaeda a New York, la mattina dell’11 settembre 2001.

«Non c’è mai stato un attacco come questo», ha ribadito mentre proclamava la «Giornata nazionale degli infermieri», i nuovi eroi impegnati in trincea, e guardando ai numeri il presidente può anche avere ragione: il coronavirus ha ucciso finora oltre 73 mila americani, come se avesse cancellato l’intera città di Canton in Ohio, contro i 2.335 di Pearl Harbor e i 2.977 di New York.

Pur accusando apertamente Pechino, «che avrebbe potuto fermare il virus all’origine, ma non lo ha fatto», Trump poco dopo si è però allontanato dall’analogia bellica: a un giornalista che gli chiedeva se vedesse la pandemia come una guerra, ha risposto che il nemico dell’America non era la Cina, ma quello «invisibile».

Se gli attacchi di Pearl Harbor e dell’11 settembre erano avvenuti in un contesto di guerra globale contro dittatori e terroristi, spiega il corrispondente del New York Times dalla Casa Bianca Peter Baker, quello del coronavirus è per il presidente soprattutto un attentato all’economia su cui basava il suo programma elettorale, un attacco che – per l’America – ha spostato il fronte negli uffici, nelle scuole, nei luoghi di culto, agli angoli delle strade o nei centri commerciali. Lo ha chiarito lo stesso Trump: «Dobbiamo essere guerrieri», ha affermato. «Non possiamo tenere il nostro Paese chiuso per anni».

Corriere della Sera, 7 maggio 2020 (Newsletter AmericaCina)

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