Con il Memorial Day, celebrato ieri, negli Stati Uniti è arrivata l’estate, la stagione dei road trip, i grandi viaggi in automobile — o in treno, in Greyhound, talvolta in autostop — attraverso un Paese sconfinato grande tutto un continente. Nel Novecento quelle esplorazioni sull’onda di Jack Kerouac hanno contribuito a modellare l’identità stessa dell’America. Poi si sono allargate al mondo intero, invaso da americani in avanscoperta che, scrive Héctor Tobar sul New York Times, «venivano accolti da ostelli della gioventù con wi-fi gratuito e colazioni continentali» ed erano ambasciatori di modernità. Il viaggio, sostiene Tobar, «è ciò che ci rende americani, da quando la Costituzione assicurava il libero movimento di persone fra il New England e Charleston, in South Carolina, e in tutti i villaggi e le fattorie in mezzo».

Uno dei più grandi viaggiatori americani, racconta Tobar, è stato Joe Sanderson, un «vagabondo della strada» che, partendo da Urbana, in Illinois, fra gli anni Sessanta e Ottanta visitò 70 Paesi: nel 1967 arrivò in Siria, Iran e Afghanistan semplicemente alzando il pollice ai margini della carreggiata. Oggi i tempi sono cambiati, nessuno si sognerebbe di farlo e gli americani, già dai tempi della guerra in Vietnam, sono guardati con sospetto all’estero. «Già prima del coronavirus il mondo aveva cominciato a essere più piccolo per gli spiriti liberi – scrive – e gli automobilisti avevano smesso di raccogliere autostoppisti».

In un Paese che si stava richiudendo su stesso, è arrivato poi il colpo di grazia, la «Grande Pandemia» che ha bloccato confini e tratte aeree, ci ha distanziato socialmente e portato il dipartimento di Stato a diramare un avvertimento: «Viaggiate a vostro pericolo». Torneremo a farlo, si chiede Tobar? Perché la strada aperta davanti a noi ha il potere di trasformarci e di illuminarci, di renderci sicuri e consapevoli. Ma anche, alla fine, di farci apprezzare di più la nostra casa.

Corriere della Sera, 26 maggio 2020 (Newsletter AmericaCina)

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