James Bennet non è più il direttore della pagina delle opinioni del New York Times. Si è dimesso ieri, dopo che la pubblicazione di un articolo del senatore repubblicano dell’Arkansas Tom Cotton — che chiedeva di usare i militari per fermare le proteste — aveva generato una rivolta all’interno della redazione. «La scorsa settimana abbiamo assistito a un guasto del processo editoriale, e non era la prima volta negli ultimi anni», ha affermato l’editore A.G. Sulzberger, a cui Bennet rispondeva direttamente. Al suo posto è stata promossa la vice Katie Kingsbury, 41 anni, che guiderà la redazione almeno fino alle elezioni.

Oltre alla pubblicazione dell’articolo, Bennet, 54 anni, paga la gestione della crisi che ne è scaturita. Prima ha difeso la decisione, poi, nel corso di un meeting virtuale con la redazione, ha ammesso di non aver letto l’opinione di Cotton prima che fosse pubblicata e che l’articolo avesse bisogno di un editing più approfondito. Da quella riunione erano uscite indiscrezioni e chat di Slack, un’app di messaggistica riservata al lavoro, in cui l’editor che aveva gestito l’articolo e il photo-editor discutevano dell’opportunità di pubblicare il pezzo, che il secondo definiva «totalmente inappropriato».

Lo stesso quotidiano ha ricordato i «diversi errori» in cui era caduto Bennet dal 2016, quando aveva ricevuto uno degli incarichi più importanti nel giornalismo americano: fra le altre cose una vignetta antisemita e una causa per diffamazione intentata da Sarah Palin. Come nota però il critico dei media Ben Smith nella sua rubrica, le rivolte redazionali non hanno riguardato soltanto il Times, ma numerosi giornali, incastrati fra il tentativo di essere neutrali e gli obblighi morali che molti giornalisti sentono nell’era di Trump.

Le dimissioni di Bennet aprono però un altro fronte per il Times, quello sulla libertà d’espressione, riassumibile con un articolo pubblicato dalla rivista libertaria Reason: le istituzioni liberal — così come gli intellettuali conservatori — stanno abbandonato il liberalismo, scrive la rivista, critica con entrambi gli schieramenti politici. «I soloni della sinistra istituzionale si sono trasformati in buttafuori intellettuali», spiega Reason, «e decidono chi ha il permesso di entrare nel club e ballare sulla piattaforma».

Corriere della Sera, 8 giugno 2020 (Newsletter AmericaCina)

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