Domenica il direttore delle opinioni del New York Times James Bennet, come abbiamo raccontato in AmericaCina, si è dimesso – o è stato dimesso? – dopo la pubblicazione di un articolo del senatore repubblicano Tom Cotton che invocava l’esercito per sedare le proteste seguite alla morte di George Floyd. L’op-ed di Cotton ha però fatto deflagrare una rivolta all’interno della redazione newyorkese che, come ha scritto Ben Smith nella sua rubrica di ieri, in quest’epoca di divisioni ha reagito come quelle di molti altri giornali e media d’America: si è spaccata fra la necessità di dimostrare imparzialità per allargare il lettorato e l’obbligo morale che molti giornalisti sentono rispetto al continuo deragliamento della presidenza Trump, soprattutto sulle questioni razziali.

Bennet – che dal 2016 aveva aperto a commentatori conservatori per alimentare il dibattito e non si era fatto mancare degli inciampi, come ha ricordato lo stesso quotidiano newyorkese – prima ha difeso pubblicamente la scelta di mandare online l’articolo, poi, in un meeting virtuale con la redazione, ha ammesso che non lo aveva letto e che necessitava una revisione più approfondita, infine ha lasciato uno dei ruoli più prestigiosi del giornalismo americano, nel quale pensava di rispondere soltanto all’editore A.G. Sulzberger ma invece si è ritrovato a fare ammenda davanti all’intera redazione che lo ha criticato aspramente e pubblicamente su Twitter e ovunque potesse esprimere dissenso, vergona, paura. «Questo articolo mette a rischio lo staff nero del New York Times», hanno ripetuto in centinaia di tweet tutti uguali.

E così, in un Paese diviso, si dividono le redazioni sulla linea da tenere e si dividono anche i commentatori che hanno esaminato prima la polemica e poi le dimissioni di Bennet. Fra chi dice che sono sacrosante e chi le considera un attentato alla libertà di stampa abbiamo scelto il commento scritto da Matt Welch su Reason, rivista libertaria e critica verso entrambi gli schieramenti, secondo il quale «i media liberal, come del resto gli intellettuali conservatori, stanno abbandonando il liberalismo». Welch premette di non essere d’accordo con l’articolo e di non apprezzare Cotton, eppure spiega che la sua opinione deve essere pubblicata proprio perché è un senatore, e questa è una tradizione per un giornale con aspirazioni nazionali.

«Mentre a destra i troll dell’era Trump violano allegramente i confini della conversazione – in particolare su razza, genere e sessualità – per provocare la sensibilità delle forze che chiamano “la cattedrale, i soloni della sinistra istituzionale si comportano da buttafuori intellettuali e decidono chi ha il permesso di entrare nel club e ballare sulla piattaforma», spiega l’autore, 51 anni, per il quale questo comportamento fa parte di una marcia attraverso le istituzioni partita dalle università liberal e arrivata rapidamente all’interno delle redazioni più rispettate del Paese.

Per Welch si tratta di una guerra generazionale che sta travolgendo la tradizione giornalistica: i membri della generazione X – quella dei nati fra il 1965 e il 1979 – non conoscono questo linguaggio, ma sono costretti a impararlo per non rischiare di diventare paria all’interno delle loro stesse redazioni. Lo hanno scoperto durante rivolte redazionali anche il direttore del New Yorker David Remnick e quello dell’Atlantic Jeffrey Goldberg, che hanno dovuto accettare come le vecchie nozioni giornalistiche che puntavano a offrire molteplici punti di vista e allargare la base di lettori ormai non sono più tollerate.

Come spiega Conor Friedersdorf, reporter dell’Atlantic 56enne, i giornalisti sono ormai sotto una pressione crescente che li spinge a sposare posizioni mantenute da una minoranza dei lettori ma dalla stragrande maggioranza dei giornalisti. «Se dovesse succedere, questo non contribuirà a promuovere la giustizia sociale», chiarisce.

Corriere della Sera, 9 giugno 2020 (Rassegna Stampa)

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