Le proteste per l’omicidio di George Floyd hanno ridato vigore agli attivisti in lotta per la rimozione di statue e monumenti che, in tutti gli Stati Uniti, rappresentano simboli d’odio e divisione razziale. In un Paese che costantemente si scontra con l’eredità lasciata dalla schiavitù e dalla segregazione, il peso della storia ritorna ciclicamente a infiltrarsi nel dibattito pubblico e politico, ricordando — per usare le parole di Michelle Obama — le «antichissime fratture» su cui gli Stati Uniti sono costruiti. Sono proprio queste fratture ad aver portato, a Philadelphia, alla caduta di Frank Rizzo, ex capo autoritario della polizia dal 1967 al 1971 e successivamente controverso sindaco per due mandati, fino al 1979, la cui statua di bronzo è stata rimossa dall’attuale primo cittadino Jim Kenney nei giorni scorsi, con un anno di anticipo sul programma. «È solo l’inizio del processo di guarigione della città», ha spiegato Kenney mercoledì davanti al municipio cittadino, dove dal 1999 — e fino a quella notte — il suo predecessore aveva vegliato sulla città «Questa statua ha rappresentato odio e oppressione per troppe persone, troppo a lungo».

Figlio di un poliziotto di Philadelphia nato in Italia, Rizzo era stato «per un quarto di secolo una delle forze politiche più dominanti della città», come scrisse il New York Times il giorno della sua morte, avvenuta il 16 luglio del 1991 a 70 anni, mentre era in campagna elettorale per un nuovo mandato da sindaco, dopo aver vinto le primarie repubblicane: a ucciderlo fu un infarto nel bagno del suo quartier generale, al funerale parteciparono due cardinali e una folla immensa. Rizzo, spiega il Times, «era amato e detestato», era considerato il santo patrono della classe operaia e un eroe per gli italo-americani, ma era soprattutto un simbolo della brutalità della polizia sui neri, sugli omosessuali e sulle altre minoranze.

Era gigantesco, dotato di un enorme carisma, sostenuto da un elettorato bianco e in là con gli anni, a cui ricordava pubblicamente di «votare bianco», e professava con durezza il Law and Order che tanto piace a Trump: sul finire degli anni Sessanta aveva soppresso con la violenza le manifestazioni per i diritti civili, prendendo di mira in particolare gli afroamericani, e da lì era decollata la sua carriera politica. Nel 1983, seguendo l’evoluzione della società americana, provò ad ammorbidirsi e a presentarsi per un terzo mandato come «il nuovo Rizzo»: perse le primarie democratiche contro Wilson Goode, che quell’anno sarebbe diventato il primo sindaco nero della città. Passò allora con il partito repubblicano, con cui perse anche nel 1987: una svolta che racconta anche l’evoluzione dei due schieramenti.

Per la sua figura — controversa già negli anni Settanta, quando si appellava al risentimento razziale per essere eletto — non c’era più posto in città, tanto che anche il murale alto tre piani che lo ritraeva al mercato italiano di South Philly è stato cancellato nei giorni scorsi, svanendo sotto i pennelli degli operai del municipio e sotto i colpi della cancel culture , nata dopo la strage di Charleston del 2015 ed esplosa nell’estate del 2017, che in nome della giustizia sociale ha fatto cadere statue e monumenti in tutti il Paese, compresi gli italiani Cristoforo Colombo, sotto accusa per il trattamento riservato ai nativi americani al momento dello sbarco nel nuovo continente, e il gerarca fascista Italo Balbo.

Quella di Rizzo, però, non è stata l’unica statua a cadere in questi giorni: il governatore della Virginia ha annunciato la rimozione (per ora sospesa da un giudice) di quella del generale sudista Robert Lee a Richmond, Virginia; monumenti confederati sono stati abbattuti in Alabama, Indiana e Virginia, mentre in Tennessee è stata portata via la statua del senatore Edward Carnack, un editore che si opponeva agli attivisti per i diritti civili, e persino a Bristol, in Inghilterra, è stata gettata nel porto quella di un mercante di schiavi.

Corriere della Sera, 9 giugno 2020

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