Le proteste per la morte di George Floyd hanno ridato vigore agli attivisti in lotta per la rimozione di statue e monumenti che, in tutti gli Stati Uniti, ritraggono simboli d’odio e divisione razziale. A Philadelphia, il sindaco Jim Kenney ha fatto portare via nei giorni scorsi la statua del suo predecessore Frank Rizzo, ex capo della polizia e poi primo cittadino fra il 1967 e il 1979, considerato un simbolo della brutalità della polizia sui neri e sulle altre minoranze. Figlio di un poliziotto nato in Italia, dotato di un enorme carisma, chiedeva apertamente ai propri concittadini di «votare bianco» e professava con durezza il Law and Order che tanto piace a Trump: sul finire degli anni Sessanta aveva soppresso con la violenza le manifestazioni per i diritti civili, prendendo di mira gli afroamericani.

La sua statua, che dal 1999 era davanti al municipio di Philadelphia, era diventata in questi giorni un ritrovo e obiettivo dei manifestanti, che l’avevano imbrattata di vernice. «Rappresentava odio e oppressione per troppe persone, troppo a lungo», ha affermato il sindaco Kenney, anticipando la rimozione inizialmente prevista per l’anno prossimo. Insieme alla statua se n’è andato anche un murale enorme, alto tre piani, che vegliava sul mercato italiano di South Philly.

Quella di Rizzo – morto d’infarto nel 1991 mentre era in campagna elettorale – non è stata l’unica statua a cadere in questi giorni: il governatore della Virginia ha annunciato la rimozione (ora sospesa da un giudice) di quella del generale sudista Robert Lee a Richmond, Virginia; monumenti confederati sono stati rimossi in Alabama, Indiana e Virginia, mentre in Tennessee è stata portata via la statua del senatore Edward Carnack, un editore che si opponeva agli attivisti per i diritti civili, e persino a Bristol, in Inghilterra, è stata gettata nel porto quella di un mercante di schiavi. Partito nel 2015, il movimento aveva preso vigore dopo gli scontri di Charlottesville nell’estate del 2017, colpendo fra gli altri gli italiani Cristoforo Colombo e Italo Balbo.

Corriere della Sera, 9 giugno 2020 (Newsletter AmericaCina)

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