Abbiamo parlato sulla rassegna di ieri di James Bennet, direttore della pagina delle opinioni del New York Times costretto a dimettersi per aver pubblicato l’articolo di un senatore repubblicano che sosteneva la necessità di usare l’esercito per ripristinare l’ordine, e delle rivolte analoghe esplose in molte redazioni americane, divise fra la necessità di dimostrare imparzialità per allargare la base dei lettori e il dovere morale che molti giornalisti sentono rispetto alla presidenza Trump, soprattutto sulle questioni razziali.

Negli ultimi tre giorni, però, i «ribelli» hanno ottenuto la testa di diversi direttori: quello del Phildelphia Enquirer Stan Wischnowski per un titolo, quello di Bon Appétit Adam Rapaport per una vecchia foto in brownface (la versione portoricana del blackface), quella di Refinery29 Christine Barberich perché accusata di aver discriminato le dipendenti nere. Le loro dimissioni, scrive l’editorial board del Wall Street Journal, inserendosi nel dibattito da destra con un po’ di sadismo, sono «un’altra tappa nella marcia delle politiche identitarie e della cancel culture attraverso le istituzioni liberal», una marcia che finirà per inficiare il giornalismo americano e sulla democrazia.

«Tutto questo mostra quanto il giornalismo americano sia ormai dominato dalla stessa denuncia morale, dalle richieste di spazio sicuro, dai dogmi delle politiche identitarie che sono nati nelle università», scrive il quotidiano conservatore. «Gli agenti di questa politica dominano ormai praticamente tutte le più importanti istituzioni culturali d’America: musei, filantropia, Hollywood, case editrici e persino talk show notturni».

Spiega il Journal che ci sono materie considerate sacrosante — fra cui l’idea che l’America sia radicalmente razzista — e sulle quali non c’è spazio per il dibattito. «I nostri amici conservatori sono felici perché tutto ciò non fa altro che mettere in evidenza ciò che era vero da tempo», scrive l’editorial board. «Eppure questo takeover del Times e di altri bastioni liberal significa che sempre meno istituzioni difenderanno le idee che un tempo scandivano il liberalismo americano».

Corriere della Sera, 10 giugno 2020 (Rassegna Stampa)

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