Cadono le statue confederate, scivolano (in acqua) quelle di Cristoforo Colombo, vengono rimosse quelle dei proprietari delle squadre di football accusati di aver fatto commenti sessualmente espliciti alle donne e razzisti ai membri neri dello staff. Non si può cancellare la storia, ma eliminando i monumenti gli Stati Uniti stanno affrontando le fratture sociali su cui è costruito il Paese e che sono riemerse con rabbia dopo l’omicidio di George Floyd. Se finora ad abbattere statue era un movimento rumoroso ma marginale, adesso la questione è diventata prioritaria, al punto che persino la presidentessa della Camera Nancy Pelosi ha chiesto la rimozione di undici statue sudiste esposte nella National Statuary Hall del Congresso, a Washington. «Non dobbiamo cancellare la storia, per non correre il rischio di ripeterla», ha scritto Pelosi, «ma non c’è spazio per celebrare l’intolleranza violenta degli uomini confederati in Congresso».

Anche l’esercito – finora sempre contrario – si è detto aperto a cambiare i nomi di dieci basi militari intitolate a personalità confederate che hanno combattuto per preservare la schiavitù e il suprematismo bianco. Lo ha chiesto, in un’opinione pubblicata sull’Atlantic, anche il generale ed ex direttore della Cia David Petraeus: «È ora di rimuovere il nome dei traditori dalle nostre più importanti istallazioni militari», ha scritto nei giorni scorsi. In mezzo si è frapposto il presidente Trump, che – già in scontro aperto con il segretario alla Difesa Mark Esper – ieri ha affidato a Twitter il suo pensiero: «La mia amministrazione non prenderà neanche in considerazione di rinominare queste magnifiche e leggendarie istallazioni militari».

Secondo Politico, i capi dell’esercito sarebbero «scioccati» dalla risposta «sciocca» arrivata dalla Casa Bianca. Esper e il segretario all’esercito Ryan McCarthy non hanno tuttavia bisogno di un’autorizzazione del presidente, che però può apporre un veto, e – secondo fonti di Roll Call – avrebbero ricevuto in una sessione a porte chiuse il voto favorevole della Commissione forze armate del Senato, in mano ai repubblicani, in rotta di collisione con la Casa Bianca: il Pentagono avrà tre anni di tempo per cambiare nome non solo alle basi, ma anche a navi e strade.

Corriere della Sera, 11 giugno 2020 (Newsletter AmericaCina)

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