Con un «accordo straordinario», come lo ha definito in un comunicato il dipartimento dei servizi Sanitari e Umani degli Stati Uniti, Donald Trump si è assicurato tutte le scorte globali di remdesivir, il primo farmaco approvato dalle autorità americane per curare il Covid-19, che permette dimissioni più rapide dagli ospedali e quindi di non appesantire il sistema sanitario. «Vogliamo assicurarci che ogni paziente americano che ne ha bisogno possa ottenere il remdesivir», ha spiegato nel comunitato il segretario Alex Azar.

Inizialmente realizzato per curare, senza successo, l’Ebola, il remdesivir è prodotto in esclusiva mondiale dalla californiana Gilead Sciences, che ne detiene il brevetto: un trattamento di sei dosi costa poco meno di 3 mila euro. Secondo l’accordo, gli Stati Uniti riceveranno 500 mila dosi: il 100% della produzione di luglio e il 90% di quelle di agosto e settembre. «Gli Stati Uniti hanno acquistato praticamente tutte le scorte dei prossimi tre mesi, senza lasciare nulla al Regno Unito, all’Europa e al resto del Mondo», commenta il Guardian. «Non è solo una risposta all’aumento di morti e contagi: gli Stati Uniti hanno portato la mentalità America First anche nella pandemia».

Questo approccio, spiega il quotidiano britannico, aveva già portato Trump a invocare il Defense Production Act, nel tentativo di bloccare l’invio all’estero di materiale medico prodotto negli Stati Uniti, e ha fatto ora infuriare — fra gli altri — il primo ministro canadese Justin Trudeau. «Collaborare e cooperare per proteggere i nostri cittadini è nell’interesse reciproco», ha affermato. «Immaginate se si fosse trattato di un vaccino», ha commentato il ricercatore della Liverpool University Andrew Hill. «Si sarebbe scatenato un putiferio».

Nei giorni scorsi, intanto, Gilead ha concesso gratuitamente — ma solo finché l’Oms non dichiarerà la fine della pandemia — la licenza alla casa farmaceutica egiziana Eva Pharma, che sarà autorizzata a produrre e distribuire il remdesivir in 127 Paesi: per lo più, specifica il sito della casa farmaceutica californiana, saranno Paesi poco sviluppati o in via di sviluppo. Per quanto riguarda l’Europa, nella lista ne compaiono soltanto alcuni dell’Est. Lo stesso accordo è stato firmato anche con sei aziende indiane e due in Pakistan.

Corriere della Sera, 1 luglio 2020 (Newsletter AmericaCina)

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