A Cagliari, nell’aprile 2019, l’allora attaccante della Juventus Moise Kean, 19 anni, dopo essere stato bersaglio di ululati razzisti per tutta la partita, festeggia il suo gol guardando con aria di sfida la tifoseria avversaria. A fine partita, viene criticato sia dal suo allenatore Massimiliano Allegri che dal capitano Leonardo Bonucci: «Non avrebbe dovuto festeggiare così» disse l’allenatore, «la responsabilità è al 50%» aggiunse Bonucci. Gli stessi insulti sono stati riservati al milanista Frank Kessie a Verona, al sampdoriano Ronaldo Vieira a Roma, al bresciano Mario Balotelli sempre a Verona, dove il capo ultra ha negato l’accaduto e spiegato che Balotelli – nato a Palermo con la pelle nera e cresciuto a Brescia – «non è davvero italiano».

Secondo uno studio del sociologo Mauro Valeri, fra il 2000 e il 2014 nei campionati italiani sono stati denunciati 750 episodi di razzismo, soprattutto nelle giovanili: dal celebre Opti Poba che mangiava le banane di Carlo Tavecchio, allora presidente della Federazione italiana Giuoco Calcio, all’undicenne del Milan che uscì dal campo in lacrime dopo essere stato insultato per tutta la partita dai genitori della squadra avversaria. Quest’anno, nelle rose delle 20 squadre di Serie A, il 15,9% dei giocatori è nero. «L’Italia non ha dignità, non ha orgoglio. Non è possibile vedere squadre con 15 stranieri: nei nostri settori giovanili ci sono troppi neri» disse nel 2015 uno dei più influenti allenatori della nostra storia, Arrigo Sacchi, precisando poi di non essere razzista. «La mia storia parla chiaro – spiegò –, ho sempre allenato squadre con diversi campioni di colore e ne ho fatti acquistare molti».

Le parole di Sacchi riassumono il problema del calcio italiano: ciò che in altri Paesi è considerato razzismo, non lo è in Italia. Il nostro non è l’unico campionato ad avere problemi intolleranza, ma è l’unico che non riesce ad affrontarli, se non con iniziative personali come quella del portiere Stefano Sorrentino che, a dicembre 2018, per esprimere solidarietà al napoletano Kalidou Koulibaly insultato a San Siro, ha cambiato il proprio nome su Instagram, prendendo in prestito quello del collega: se insultate lui, insultate anche me. A parte qualche multa, come quella comminata ai tifosi della Lazio per i ripetuti cori razzisti verso i giocatori neri, l’unica azione intrapresa dalla Serie A è stata una recente campagna antirazzismo incentrata su un poster che raffigurava tre scimmie. E per la quale è stata costretta a scusarsi.

A livello internazionale, però, qualcosa ha cominciato a cambiare negli ultimi tre anni, quando Colin Kaepernick, giocatore di football dei San Francisco 49ers, ha deciso di inginocchiarsi durante l’inno nazionale per protestare contro la violenza della polizia sui neri: è stato cacciato dal campionato Nfl, ma è diventato un simbolo e il suo esempio è stato seguito da moltissimi sportivi, fra cui la capitana della nazionale femminile di calcio Megan Rapinoe, prima calciatrice e prima bianca a schierarsi.

L’omicidio di George Floyd, ucciso a Minneapolis con un ginocchio sulla gola da un poliziotto bianco, ha improvvisamente accelerato questo processo, che ha finito per coinvolgere anche il mondo del calcio italiano. Nelle settimane successive alla morte di Floyd, avvenuta a fine maggio, gran parte degli sportivi americani e internazionali si sono schierati con l’associazione afroamericana Black Lives Matter, hanno postato fotografie nere su Instagram, si sono inginocchiati sui rispettivi campi da gioco, hanno denunciato episodi di razzismo e hanno scelto varie forme di attivismo. L’unico pilota nero di Formula 1 Lewis Hamilton, per esempio, ha affermato di essere trattato diversamente perché nero. «In Inghilterra – ha scritto in un articolo sul Sunday Times – c’è un razzismo silenzioso». Lo stesso ha detto il connazionale Trent Alexander-Arnold, terzino del Liverpool che ha cominciato a indossare scarpette con la scritta Black Lives Matter. La Premier League inglese ha deciso di mettere la stessa scritta sulle magliette, al posto del nome dei calciatori, e prima di Everton-Liverpool tutti i giocatori hanno osservato un minuto di silenzio in ginocchio sull’erba, come fatto in parecchi campi in tutto il mondo dalla Germania alla Spagna.

Negli Stati Uniti un altro pilota, Bubba Wallace, ha convinto da solo il campionato automobilistico della Nascar – seguito quasi esclusivamente da bianchi e conservatori – a proibire l’uso della bandiera confederata, considerato un simbolo di razzismo e segregazione. Dieci giorni dopo, in Alabama, gli hanno fatto trovare un cappio appeso nel garage del suo team. A quel punto l’organizzazione si è stretta attorno a Wallace, unico pilota nero, e ha promesso di scoprire e cacciare dalla Nascar il responsabile: il cappio, è poi stato appurato dalle indagini, non era diretto a lui, ma serviva ad aprire il garage. Nel frattempo la Nfl ha aperto al ritorno in campo di Colin Kaepernick e la federazione calcio americana, che proprio in risposta a Megan Rapinoe aveva vietato a tutti i calciatori di inginocchiarsi durante l’inno, ha fatto marcia indietro.

Sull’esempio di centinaia di sportivi internazionali ora anche in Italia i calciatori hanno preso coraggio e iniziato a usare il loro ruolo pubblico per condannare il razzismo: Dybala, Mertens, Ribery, Luis Alberto, Koulibaly e Lukaku, fra gli altri, hanno espresso solidarietà a Floyd sui social network, postando una foto nera quando il campionato era fermo per il coronavirus e poi in campo quando è ricominciato. La più attiva è stata la Roma, costretta da mesi a difendere il proprio giocatore Juan Jesus da attacchi razzisti. Concluderà il campionato con lo stemma di Black Lives Matter attaccato su una manica della maglietta e a fine giugno ha diffuso due foto: una con i giocatori della prima squadra inginocchiati in mezzo al campo di allenamento, l’altra con 21 calciatori del settore giovanile inginocchiati davanti al Colosseo.

Quando il campionato è ripreso, dopo 103 giorni di interruzione per il lockdown, il primo gol è stato segnato da Nicolas Nkoulou, difensore camerunense del Torino. Lo ha festeggiato inginocchiandosi sull’erba per esprimere sostegno a Black Lives Matter. Il giorno dopo lo ha fatto il centravanti belga dell’Inter Romelu Lukaku. È il caso di ricordare che a settembre, appena arrivato in Italia dall’Inghilterra, aveva denunciato i cori razzisti ricevuti a Cagliari dai sostenitori avversari, ma era stato redarguito dai suoi stessi tifosi. «In Italia usiamo certi “modi” solo per “aiutare la squadra” e cercare di rendere nervosi gli avversari, non per razzismo ma per farli sbagliare» avevano scritto in un comunicato i leader della curva nerazzurra. Si sono inginocchiati anche i giocatori del Torino; la Sampdoria ha postato la sagoma di un marinaio – il suo simbolo – tutto nero; l’Inter ha giocato in Coppa Italia con un messaggio antirazzista sulla fascia da capitano; Juventus e Milan hanno fatto il riscaldamento con la maglietta di Black Lives Matter.

L’ex giocatore della Juventus Claudio Marchisio – forse il più attivo fra i calciatori italiani – ha scritto invece una riflessione sulle pagine del Corriere Torino, ricordando «che anche nel nostro paese gli episodi di violenza da parte della polizia non sono purtroppo così rari: lo abbiamo visto al G8 di Genova nel 2001, una delle pagine più buie e vergognose della nostra storia recente, ma dobbiamo ricordare la morte di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva, Aldo Bianzino, Niki Gatti, Stefano Brunetti e l’elenco è lungo». Il capitano della Juventus Giorgio Chiellini ha postato invece una foto con la frase «I Can’t Breathe», le ultime parole pronunciate da Floyd prima di morire. «Ho visto e rivisto quelle immagini. E ho avuto bisogno di tempo. Per pensare. Per riprendermi dallo shock di una violenza di tale portata – ha scritto –.Leggo l’hashtag “le vite dei neri contano”. Non dovrebbe nemmeno esserci bisogno di scriverlo». È come dire ai tifosi razzisti: «Non vi sopportiamo più».

Corriere della Sera, 8 luglio 2020 (Dataroom)

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