Alle 8.07 di martedì mattina gli Stati Uniti hanno eseguito la prima condanna a morte a livello federale degli ultimi 17 anni. Neanche la Corte Suprema ha salvato Daniel Lewis Lee, suprematista bianco condannato per l’omicidio, nel 1996, di una famiglia di tre persone, che ha speso le sue ultime parole per ribadire la propria innocenza. «Non sono stato io», ha detto prima che gli fosse somministrata l’iniezione letale nel penitenziario di Terre Haute, in Indiana. «Ho commesso parecchi errori nella mia vita, ma non sono un assassino». Inizialmente prevista per lunedì sera, l’esecuzione — contro cui si sono sempre battuti i familiari delle vittime — era stata bloccata all’ultimo dalla Corte d’appello di Washington insieme a quella di altri tre detenuti che dovrebbero ricevere l’iniezione letale nelle prossime settimane: contro la decisione si è appellato il dipartimento di Giustizia, e la Corte Suprema, nella notte, ha dato l’autorizzazione a procedere. A sancire il ritorno della pena di morte a livello federale era stato, lo scorso anno, il ministro di Giustizia William Barr, fedelissimo di Trump, che aveva ordinato al Bureau of Prisons di procedere con l’esecuzione di «detenuti condannati per l’omicidio, la tortura o lo stupro delle persone più vulnerabili: bambini e anziani». Da quando la pena di morte è stata reintrodotta a livello federale nel 1988, le condanne eseguite erano state soltanto tre: l’ultima risaliva al 2003.

Corriere della Sera, 15 luglio 2020 (pagina 19)

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