Nonostante il nome italiano, Elena Delle Donne è una delle più forti giocatrici di basket d’America: 31 anni a settembre, 1,96 centimetri di altezza, ha vinto lo scorso anno il suo primo titolo Wnba, campionato nel quale è stata eletta per due volte miglior giocatrice. Nella sua vita c’è un altro numero, che ha rivelato con una lettera struggente pubblicata sul sito The Players’ Tribune: 64, come le pillole che è costretta a prendere ogni giorno per condurre una vita normale. Le prime 25 precedono la colazione, poi altre 20, 10 dopo cena e 9 prima di andare a dormire. Le servono per curare la malattia di Lyme, trasmessa dalle zecche, con cui convive da 12 anni.

«È un ciclo avvilente, senza fine», racconta, «eppure lo preferisco all’alternativa»: prendere 64 pillole al giorno è l’unico modo per tenere il batterio sotto controllo, essere «abbastanza in salute da praticare il gioco che amo» e mantenere la sua famiglia. «Rimpiango di non averne parlato prima», ha scritto nei giorni scorsi Delle Donne. «Avrei potuto usare la mia piattaforma per aumentare la consapevolezza verso questa malattia terribile, per fare in modo che quello che è successo a me la scorsa settimana non accada a nessun altro».

Agendo sul sistema immunitario, la malattia l’ha resa immuno-compressa e dall’inizio della pandemia Delle Donne è stata costretta a trattare il Covid come «una questione di vita o di morte». Solo che quando la Wnba ha deciso di ripartire, disputando le partite «in una bolla» in Florida, una commissione di medici ha stabilito che il suo caso non merita un’eccezione per motivi di salute: potrà scegliere di non andare, ma perderà il suo stipendio. «Come milioni di americani che, in situazioni molto peggiori, si ritrovano senza lavoro», puntualizza.

«Con questa decisione, però, la Wnba mi ha detto che fingo di essere disabile, che voglio guadagnare senza lavorare. Forse è per questo che lo scorso anno ho giocato le finali con tre ernie del disco, che mi alleno fuori stagione, sette mesi all’anno, che prendo 64 pillole al giorno», ha scritto Delle Donne. «So che in quanto atleti non dovremmo parlare dei nostri sentimenti», dice. «Eppure fa male. Tanto. E i sentimenti sono tutto quello che mi rimane: non ho uno stipendio, non ho nessun desiderio di fare la guerra alla lega. E non posso appellarmi».

C’è una lezione, che dice di aver imparato da questa storia: «La cosa migliore che possiamo fare – ha concluso – è ascoltarci, imparare gli uni dagli altri, con tutta l’umiltà possibile».

Corriere della Sera, 17 luglio 2020 (Newsletter AmericaCina)

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