Quattro anni fa a Cleveland fece scalpore per un discorso copiato, da Michelle Obama per di più. Stavolta Melania Trump ha cambiato da sola il tono della convention repubblicana di Charlotte. Fra i messaggi apocalittici e allineati giunti dal mondo conservatore, la first lady è emersa con gentilezza e compassione, offrendo una visione dell’America non più divisa fra buoni e cattivi, giusti e sbagliati, bianchi e neri, democratici e repubblicani, ma unita nella lotta contro un virus — e un periodo storico — senza precedenti. «Non siete soli», ha detto agli americani che hanno visto morire i propri cari a causa del coronavirus. «Questo nemico invisibile si è insinuato nel nostro bellissimo Paese e ci ha colpiti tutti», ha continuato, chiamando il Covid-19 col suo nome e non «virus cinese», l’appellativo coniato dal marito.

Anche questo, in fondo, è un messaggio di coesione, partito da una first lady riluttante — si racconta che la notte della vittoria di Trump scoppiò in lacrime, per la disperazione — che troppo spesso, finora, aveva preferito restare in disparte, al punto da venir dipinta come prigioniera del suo ruolo e di un marito-padrone. Il discorso di questa notte, invece, era tutt’altro che riluttante. Emozionato, certo, ma convinto. L’ha scritto da sola, ci tengono a precisare i suoi assistenti per lodarne l’autenticità. «Ogni parola è sua», ribadisce il suo capo dello staff Stephanie Grisham, ma non c’era quasi bisogno di dirlo: era un discorso «europeo», relativista, anche nella scelta dei temi e delle parole.

A differenza di gran parte degli speaker invitati alla convention, infatti, Melania Trump ha parlato al presente di una pandemia che ha fatto 178 mila vittime e ha scelto di non attaccare il partito democratico, invitando piuttosto i cittadini «a fermarsi un attimo e a osservare la situazione da tutte le prospettive». Poi ha lanciato un appello ai manifestanti che, ancora una volta, sono scesi in piazza per protestare contro la brutalità della polizia, chiedendo giustizia sociale: «Ho chiesto che smettano di fare violenze e saccheggi in nome della giustizia», ha detto, evitando di politicizzare lo scontro ma invitando a «non trarre mai conclusioni partendo dal colore della pelle delle persone».

Non era scontato per una first lady che, come ha scritto il New York Times, in questi quattro anni «ha scelto di essere vista, più che sentita», oppure di lasciar parlare i propri vestiti. Come quando nel 2018 visitò i bambini detenuti al confine messicano indossando un parka verde militare con la scritta «Non mi importa nulla, e a te?»: ci fu chi disse che fosse un messaggio per il marito, chi — il marito — che fosse riferito ai «fake news media». La sua portavoce sostenne che era «soltanto una giacca», come semplici scarpe col tacco a spillo erano quelle con cui partì verso Houston devastata dall’uragano Harvey nel 2017. Non appropriate magari, ed ecco altre polemiche.

Stanotte — parlando dal giardino della Casa Bianca, per la cui ristrutturazione è stata frettolosamente criticata — Melania non ha svolto però soltanto il compito che le era stato affidato, ma ha scelto di stare davvero al fianco del presidente. E di farlo a parole sue. «Mio marito Donald si batte per voi. Come avrete capito negli ultimi 5 anni, non è un politico tradizionale. È una persona genuina, che ama questo Paese: che vi piaccia o no, sapete sempre quello che pensa», ha affermato, aprendo uno squarcio di normalità ed empatia verso un uomo dipinto sempre, e soltanto, con tratti grotteschi.

Corriere della Sera, 26 agosto 2020

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