Gli hacker di stato russi avrebbero tentato di infiltrarsi per due mesi nella rete della principale società di consulenza al lavoro per la candidatura di Joe Biden. La minaccia è stata rilevata da Microsoft che ha subito avvisato la SKDKnickerbocker, importante società di Washington strettamente legata al partito democratico — ha lavorato alle ultime sei campagne presidenziali — che cura strategia e comunicazione del candidato alla presidenza e di altri membri del partito, oltre che di grandi corporation americane. «Hanno un ottimo sistema di difesa, non c’è stata nessuna breccia», ha rivelato a Reuters una fonte anonima, spiegando che gli hacker — probabilmente russi — non sono riusciti a intromettersi nel network né ad ottenere dati o password attraverso il phishing. Non è chiaro però chi fosse l’obiettivo, se Biden o altri clienti della società, come Barack Obama, il governatore di New York Andrew Cuomo o l’ex sindaco Michael Bloomberg. Fra i dirigenti, inoltre, c’è Anita Dunn, ex direttrice della comunicazione della Casa Bianca durante l’amministrazione Obama, ora consigliere anziano per la campagna dell’ex vicepresidente.

Con le elezioni presidenziali giunte all’ultimo giro, mancano ormai 53 giorni e qualche ora, le interferenze straniere sono tornate a essere dunque al centro dibattito interno. Le indagini del procuratore speciale Robert Mueller e della commissione intelligence del Senato hanno appurato che il governo di Mosca ha interferito sulle elezioni del 2016 e tenterà di farlo nuovamente quest’anno ma, secondo quanto scrive il New York Times, il dipartimento per la Sicurezza Interna avrebbe cercato di minimizzare la minaccia russa, oltre che quella, violenta, dei suprematisti bianchi. A rivelarlo è stato l’ex capo della divisione intelligence del dipartimento stesso Brian Murphy che, attraverso un «whistleblower complaint» reso pubblico ieri dalla commissione intelligence del Senato, ha raccontato di aver ricevuto ordini dal suo superiore — il ministro ad interim Chad Wolf — di non produrre più rapporti sulle interferenze russe, ma di focalizzarsi soprattutto su Iran e Cina: la richiesta, ha chiarito Murphy, veniva direttamente dal consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca Robert O’Brien.

Molto vicino a Trump, e suo principale alleato nello scontro con i sindaci durante le manifestazioni per la giustizia sociale, il ministro Wolf avrebbe in seguito ordinato a Murphy di non diffondere un altro rapporto sulla campagna di disinformazione organizzata da Mosca per mettere in dubbio la salute mentale Biden perché — virgolettato — «avrebbe fatto fare brutta figura al presidente». Murphy avrebbe a quel punto fatto presente che gli ordini ricevuti mettevano in pericolo la sicurezza nazionale, senza però essere ascoltato. In un’altra occasione, infatti, il numero 2 del ministero Ken Cuccinelli — altra nomina di Trump, come Wolf, non confermata dal Senato — gli avrebbe chiedo di modificare un altro rapporto per far «apparire meno grave» la minaccia dei gruppi suprematisti bianchi, includendo anche informazioni su gruppi radicali e violenti di sinistra e sugli Antifa. Ad agosto, infine, Murphy è stato demansionato dopo che il suo ufficio aveva redatto un rapporto sulle proteste di Portland, in Oregon: la vera motivazione, sostiene però Murphy, che testimonierà in Senato il 21 settembre, sarebbe aver messo in dubbio gli ordini ricevuti e aver collaborato con l’ispettore generale del ministero.

Corriere della Sera, 10 settembre 2020

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