Dopo il lockdown, è venuta la piscina. Desiderosi di spazi aperti e di tenersi lontani dagli altri, magari di proseguire il lavoro da remoto con un po’ d’aria in più, nell’estate del Covid-19 gli italiani hanno lasciato la città e sono fuggiti in campagna. Le richieste di case con il giardino sono aumentate a giugno del 73% rispetto al mondo precedente al coronavirus, e del 48% sono cresciute le case indipendenti e con grandi spazi esterni, rivelava a fine giugno un’indagine di SoloAffitti. «Abbiamo visto l’esplosione di richieste per case singole in tutta Italia. I casali di campagna, di solito più trascurati nei mesi caldi, sono andati via subito, per non parlare delle ville con piscina. Rispetto all’anno scorso, la gente è disposta a spendere parecchio pur di stare isolata», spiegava al Corriere della Sera Mario Breglia, presidente di Scenari Immobiliari.

«È un’estate italiana», aggiungeva, ma la corsa ai sobborghi e alla campagna è stata globale: dall’inizio della pandemia decine di articoli hanno cantato la morte della città, a cominciare dalla «grande fuga» dei newyorkesi nella valle dell’Hudson o nelle campagne del New Jersey e del Connecticut. «Per alcuni newyorkesi la vita urbana è soltanto una fase, che va dalla laurea alla nascita del primo o del secondo figlio: in genere non ci si domanda SE andare a vivere in campagna, ma QUANDO», scriveva a inizio agosto il New York Times. «Ora, con la pandemia, il programma delle partenze – temporanee o definitive – si è velocizzato».

E così, a quanto pare, abbiamo passato l’estate come Neddy, il nuotatore di John Cheever che per tornare da una festa a casa di amici attraversava a nuoto, per 8 miglia, le piscine del suo quartiere – quindici private e una pubblica – proprio in Connecticut. Di bracciata in bracciata si avvicinava a casa, percorrendo un corso d’acqua, cloro, acido e antialghe che sembrava infinito e che aveva ribattezzato Fiume Lucida, come sua moglie, ma che seguiva con sempre maggiore difficoltà, come fosse una metafora dell’avanzare della vita. Era il 1964 quando il racconto di Cheever – interpretato sul grande schermo da Burt Lancaster nel 1968 – uscì sulle pagine del New Yorker, e le piscine private avevano da poco più di un decennio cominciato a proliferare nei backyard americani, i giardini sul retro che nei sobborghi iniziavano a celare il privato dal pubblico, ma anche a segregare il bianco dal nero.

Non che fossero le prime: celebre – e immaginaria, seppur ispirata ai party frequentati da Francis Scott Fitzgerald a Long Island – era quella al cui bordo, nell’estate del 1922, Jay Gatsby organizzava feste sontuose per riconquistare Daisy Buchanan. Altrettanto note, ma reale simbolo di opulenza, erano le due che il magnate William Hearst aveva fatto costruire fra il 1924 e il 1935 nel suo castello di San Simeon, nella Central Valley californiana: la Neptune Pool, definita all’epoca «la più sontuosa piscina della terra», e la Roman Pool, al coperto, i cui mosaici erano ispirati al mausoleo di Galla Placidia a Ravenna.

Al tempo erano però soltanto un privilegio per pochi. Il popolo nuotava ancora nelle piscine pubbliche che erano diventate di gran moda nell’Inghilterra vittoriana: le prime dell’età moderna nacquero a Londra nel 1837, e arrivarono in Italia già nel 1842, quando furono costruiti i Bagni Diana a Milano, nel quartiere di Porta Venezia. Negli Stati Uniti, invece, «l’epoca delle piscine», come la chiamò il New York Times, giunse negli anni Venti e Trenta del Novecento, quando migliaia di città e villaggi costruirono la propria: erano un simbolo della civilizzazione americana, sosteneva il quotidiano newyorkese nel 1940, provando a unire attorno alle piscine un Paese che stava per entrare in guerra. Una delle più famose era quella del Biltmore Hotel di Coral Gables, in Florida, il primo a usarla negli anni Trenta come strumento di marketing, frequentata fra gli altri da Judy Garland, Ginger Rogers e Bing Crosby. Dopo il Trattato di Parigi che pose fine al conflitto, divennero poi sinonimo del sogno americano.

«Prima del 1950, soltanto gli americani più ricchi possedevano piscine residenziali, e negli Stati Uniti esistevano relativamente pochi club privati», spiega il libro Contested Waters – A Social History of Swimming Pools in America (The University of North Carolina Press), pubblicato da Jeff Wiltse nel 2007. «Dopo il 1950, il numero di piscine private andò alle stelle». La maggior parte fu costruita nei sobborghi: le piscine pubbliche furono sostituite dai club privati, che a loro volta vennero soppiantati dalle piscine residenziali. Nel 1950 appena 2.500 famiglie in tutti gli Stati Uniti ne possedevano una, nel 1999 erano diventate 4 milioni. «Rispetto alle piscine pubbliche, quelle private – afferma Wiltse – permisero agli americani di esercitare un controllo molto maggiore su chi nuotava insieme a loro. Iscriversi a un club privato assicurava che gli altri nuotatori sarebbero stati della stessa classe sociale e razza. Costruirne una a casa garantiva che gli altri nuotatori fossero familiari e amici».

Oggi ci sono 8,5 milioni di piscine in tutti gli Stati Uniti, alcune delle quali sono diventate protagoniste o comparse di romanzi, film di Hollywood e copertine di dischi, a partire dal bambino che nel 1991 nuota nudo dietro a un’esca da un dollaro in Nevermind dei Nirvana. Fra le più celebri c’è sicuramente quella in cui nuotava senza costume Marilyn Monroe, nel 1962, girando le ultime scene della sua vita in Something’s Got to Give. Poi c’è quella con cui si confrontava Dustin Hoffman nel Laureato, nel 1967: prima ne era spaventato, come avesse paura di annegare nella vita reale che si sarebbe trovato ad affrontare, poi, dopo l’incontro con Mrs. Robinson, cominciava invece a stare a galla, indugiando su un materassino con una birra in mano e gli occhiali da sole.

Ci sono piscine in Rocky Horror Picture Show, 1975, Breathless, 1983, Boogie Nights, 1996, Sex Crimes – Giochi pericolosi, 1998, Rushmore, stesso anno… In Romeo + Juliet di Baz Luhrmann, nel 1996, Leonardo DiCaprio cade di notte dal balcone di Giulietta/Claire Danes e finisce in una meravigliosa piscina illuminata, con l’amata che, vedendolo scomparire, ha il presagio della sua fine. Poi nel 2000 c’è Russell Hammond, cantante emergente degli Stillwater interpretato da Billy Crudup, che in Quasi famosi si lancia in piscina dal tetto urlando «Sono un Dio dorato», ma finisce per scontrarsi non solo con l’acqua, ma pure con la realtà.

Nel 2010, in Somewhere, Sofia Coppola lascia nella piscina dello Chateau Marmont di Los Angeles l’attore Johnny Marco (Stephen Dorff) in preda a una crisi esistenziale, dove si ritrova a confronto con la figlia undicenne Elle Fanning. Nel 2012 l’agente segreto più famoso al mondo, il James Bond di Daniel Craig, nuota nelle acque della piscina sul tetto del Four Seasons a Canary Wharf, Londra, in una scena straordinaria di Skyfall. Infine, ovviamente, c’è Jordan Belfort, anno 2013, interpretato di nuovo da Leonardo DiCaprio: quello che succede nelle sue feste folli a bordo piscina in The Wolf of Wall Street, però, probabilmente è meglio ometterlo.

Dal grande schermo, il mito hollydoodiano delle piscine è rimbalzato anche in Italia, se è vero, come ha appurato nel 2018 un’indagine di Assopiscine, che nonostante 8 mila chilometri di coste il nostro è il quarto Paese europeo per numero di piscine private: sarebbero circa 360 mila, gran parte delle quali nel Lazio, in Toscana e in Lombardia, di cui 10 mila costruite soltanto nel 2016 «grazie a un miglioramento delle condizioni economiche degli italiani e l’attenzione del wellness in casa», sosteneva il rapporto. «Una crescita ulteriore interesserà il settore delle piscine private nei prossimi anni», spiegava Assopiscine, senza sapere, ovviamente, dell’arrivo del coronavirus.

Il cinema italiano aveva cominciato a familiarizzarci già nel 1969, quando uscì La piscina, coproduzione italo-francese con Alain Delon e Romy Schneider, un dramma girato a bordovasca a Saint-Tropez. Ispirandosi a quel film, e alla piscina dipinta da David Hockney in Ritratto di un artista, Luca Guadagnino ha portato a Venezia nel 2015 A Bigger Splash, interpretato fra gli altri da Tilda Swinton e Ralph Fiennes: cambia la location, dalla Costa Azzurra a un dammuso di Pantelleria, resta la piscina, quella della Tenuta Borgia, attorno a cui ruota tutto il film. Nello stesso anno, Paolo Sorrentino – che nel 2011 aveva utilizzato una piscina vuota in This Must Be the Place – rende immortale quella coperta del Waldhaus Flims Mountain Resort & Spa, nel cantone svizzero dei Grigioni, dove gli ottantenni Michael Caine e Harvey Keitel, uno compositore e l’altro regista alle prese entrambi con i traumi soffusi della vecchiaia, assistono all’ingresso in vasca, nuda, di Miss Universo, l’attrice rumena Madalina Ghenea, in una scena che finirà sulla locandina del film Youth, giovinezza.

È un’illusione, come quella di Elio Germano in Favolacce, film dei fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo che quest’anno ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura al festival di Berlino. Per Bruno, il padre all’apparenza premuroso interpretato da Germano, una piscina gonfiabile è l’illusione di una vita migliore nella periferia romana, il tentativo di rendere invidiosi i vicini mostrandosi felici. Come ogni illusione – allerta spoiler – finisce male: la rabbia e l’invidia che covano fra le famiglie di Spinaceto vengono sfogate con un coltellino svizzero proprio sulla piscina, con l’acqua che scivola via, allagando il giardino, la strada, il quartiere, come fosse il benessere che scivola via. «È stata l’invidia, la gelosia degli zingari», dirà papà Bruno ai due figli: «Zingari con i picconi, zingari senza piscina». Insomma, la rabbia di qualcuno invidioso della loro piscina.

È un’illusione, in fondo, anche quella dell’estate 2020, quando tuffandoci nella piscina in giardino abbiamo provato a cercare un’estate normale, come le altre, ma al riparo dagli altri. Forse allora, aveva ragione un altro papà di Favolacce, Amelio, un cameriere solo e scapestrato, perennemente allupato, che vive fuori dal quartiere e ai vicini non rende conto. È selvatico, ma ha un istinto che gli permette, senza saperlo, di salvare il figlio: l’unica cosa importante per papà, gli dice, non è farsi la mamma dell’amichetta invitata a casa – «avrei potuto», chiarisce, «ma non l’ho fatto» – quanto «sapere che ti sei divertito». Poi gli offre una birra, al figlio undicenne che tratta come un adulto, e profeticamente dice: «Brindamo va! A st’estate der cazzo!». Probabilmente, senza sapere neanche questo, Amelio parlava proprio della nostra estate: senza il mare, senza viaggi all’estero, senza feste, con pochi amici. Ma a bordo piscina.

Sette, (pag 84/85, pag 86/87, pag 88/89)

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