L’ex manager della campagna elettorale di Trump, Brad Parscale, è stato ricoverato domenica in ospedale per aver minacciato il suicidio. Allertata dalla moglie Candice, la polizia è intervenuta nella sua casa di Fort Lauderdale, in Florida, dove Parscale era armato e sosteneva di volersi uccidere. «Gli agenti hanno risposto a una chiamata riguardo a un uomo armato che minacciava il suicidio», ha spiegato il sergente della polizia locale DeAnna Greenlaw a Cnn. «Quando sono arrivati sulla scena, la moglie del sospetto li ha avvertiti che il marito era armato: aveva accesso a molte armi da fuoco all’interno della residenza e minacciava di farsi del male». A quel punto, ha affermato il sergente, gli agenti «hanno stabilito un contatto con Parscale, hanno negoziato in sicurezza e lo hanno convinto poco dopo a lasciare la residenza. Poi è stato arrestato e trasportato al Broward Health Medical Center per un Baker Act», ha concluso Greenlaw, riferendosi alla legge del 1971 che in Florida permette di richiedere un trattamento sanitario d’emergenza e la detenzione per 72 ore di un familiare con problemi di salute mentale. «È un membro della nostra famiglia e gli vogliamo tutti bene», ha dichiarato Tim Murtaugh, capo della comunicazione di Trump 2020. «Siamo pronti a sostenere lui e la sua famiglia nel miglior modo possibile».

Outsider venuto — almeno politicamente — dal nulla, Parscale si era guadagnato sul campo la promozione. Dopo aver disegnato vari siti web per la Trump Organization — vini, fondazioni, trucchi e caviale — nel 2015 aveva fatto il salto in politica creandone uno da 1.500 dollari per la campagna dell’allora tycoon. Aveva finito le presidenziali 2016 gestendo una spregiudicata campagna digitale, che si basava sulla targetizzazione degli elettori negli stati in bilico e sfruttava i servigi di Cambridge Analytica fra le altre cose: così aveva portato nelle tasche della sua società Giles-Parscale — con base a San Antonio, in Texas — decine di milioni di dollari e, soprattutto, si era fatto apprezzare da Trump, che lo riteneva un «guru». A febbraio 2018 era stato promosso allora manager della campagna per la rielezione, ma nell’uscire dalle grazie del presidente è stato rapido quanto nell’entrarvi: prima i sondaggi scadenti che facevano infuriare Trump, poi le spese gonfiate e ingiustificate che il presidente fingeva di non vedere nonostante le segnalazioni dello staff. «Come fa a mantenere quello stile di vita?», gli chiedevano, usando le due ville che Parscale aveva comprato in Florida come campanello d’allarme.

Poi è arrivato il flop del comizio del 20 giugno a Tulsa, in Oklahoma, quando lo stesso Parscale aveva annunciato richieste per «un milione di biglietti», ma si era ritrovato con il palazzetto mezzo vuoto e il presidente furioso: a beffarlo, pare, erano stati adolescenti e fan del k-pop che si erano organizzati su TikTok. L’annuncio della rimozione era arrivato il 15 luglio: Parscale aveva mantenuto una posizione di rilievo, ma la campagna era stata affidata a Bill Stepien. L’ormai ex campaign manager non aveva preso bene il demansionamento, e fonti interne hanno fatto sapere a Jim Acosta di Cnn che non si era più fatto vedere in ufficio, se non una volta 10 giorni fa. Dopo la sua uscita, le spese «opache» erano venute a galla: secondo il New York Times, Parscale aveva usato 800 mila dollari della campagna elettorale per promuovere le proprie pagine social, 39 milioni li aveva destinati a due società di sua proprietà, e un altro milione lo aveva speso per ingraziarsi Trump, comprando spazi pubblicitari inutili sul mercato televisivo di Washington, esclusivamente per farli vedere — e farsi notare — al presidente.

Corriere della Sera, 28 settembre 2020

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