Letto dall’Italia, Uber. La storia più pazza della Silicon Valley (Piemme, 2020) sembra un libro di fantascienza. In pochi, da qui, hanno avuto la percezione della vertiginosa crescita dell’azienda fondata nel 2009 da Travis Kalanick e di come ha stravolto il modo di spostarsi in automobile e l’inquadramento di una nuova categoria di lavoratori non dipendenti. Tutti, o quasi, godranno però della ricostruzione che l’autore e giornalista del New York Times Mike Isaac fa del vero inizio della rivoluzione: la nascita dell’App Store di Apple, immaginato da Steve Jobs e dal venture capital John Doerr durante una passeggiata a Palo Alto, nel Nord della California. Nel 2008 il negozio di applicazioni, poi ricalcato anche dai dispositivi Android, ha trasformato completamente il modello dello sviluppo del software. Tutto quello di cui aveva bisogno un programmatore era «un’idea e dimestichezza con il linguaggio di programmazione. Chiunque poteva costruire e distribuire le sue app e proporle in vendita simultaneamente a milioni di persone». Servivano, quindi, «imprenditori giovani e affamati, che avevano trasformato le loro idee in ossessioni» ed erano disposti «a spingersi e (e a spingere le regole) al limite».

Ecco Kalanick, costretto a uscire di scena nel 2017, e il suo socio Garrett Camp ed ecco fin dove si è spinta Uber tendendo al limite e arrivando a valere 50 miliardi di dollari: una cultura aziendale tossica, orchestrata dagli arroganti tech bro, smanettoni dall’atteggiamento «goliardico e maschilista»; scandali e sentenze e reazioni avverse in mezzo mondo. L’autore cita anche l’Italia e il modo in cui venne minacciata dai tassisti la prima direttrice generale nostrana, Benedetta Arese Lucini. E non lesina altri esempi: dipendenti costrette con la forza a sniffare cocaina, software per depistare i controlli delle autorità e miliardi (e miliardi) di dollari per persuadere guidatori e clienti potenziali a usare e a non abbandonare il servizio.

Niente può mettersi in mezzo fra Kalanick e i suoi obiettivi di crescita, neanche la legge, e si capisce già dal prologo di questo libro incredibilmente dettagliato che ne segue ascesa e caduta. Quando nel 2014 la società decise di sbarcare a Portland, Oregon, mandò in avanscoperta David Plouffe, manager della straordinaria campagna elettorale di Barack Obama nel 2008. Da un lato c’era uno degli uomini più influenti d’America, pagato appunto da Uber, dall’altro i funzionari cittadini: l’affabile sindaco Hales e il commissario ai trasporti Steve Novick, un «lottatore» alto un metro e cinquanta, nato senza la mano sinistra e senza i peroni, che non si lasciava intimorire dalle tattiche sofisticate della controparte. «Signor Plouffe, annunciare che intendete violare la legge non è molto educato» sbottò Novick nel mezzo delle trattative, piantando il suo uncino nella scrivania del sindaco.

È facile immaginare chi abbia vinto, ma i personaggi sono straordinari ed è interessante, soprattutto, capire la strategia. Le «squadre d’assalto» di Kalanick accerchiarono Portland, come avrebbero fatto poi in decine di altre città, elusero i controlli della polizia grazie al Greyball — un software elaborato dagli ingegneri di San Francisco che riconosceva gli agenti e impediva loro di richiedere corse — e, di fatto, imposero il servizio in città aggirando la legge. Per i dirigenti di Uber, però, non c’era niente di male: il Greyball rientrava in uno dei valori aziendali, quello degli «scontri per principio» che era giusto portare avanti per sconfiggere la «corrotta» industria dei taxi.

In realtà, spiega Isaac, Kalanick non era solo alla guida di un gruppo di giovani smanettoni arroganti come credevano i funzionari di Portland ma, «reclutando ex dipendenti della Cia, della Nsa e dell’Fbi aveva messo insieme una forza di spionaggio industriale potentissima: gli esperti della sicurezza spiavano funzionari pubblici, scavano a fondo nella loro vita online e in certi casi li pedinavano addirittura fino a casa». Uber, insomma, non è fantascienza, ma racchiude la parabola dell’intera Silicon Valley e della sua corsa senza remore verso il futuro: una corsa che l’ha portata in collisione con «i sistemi di lavoro consolidati» e a travolgere l’economia. Senza mai guardarsi indietro.

di Andrea Marinelli e Martina Pennisi

Corriere della Sera, 20 ottobre 2020

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...