«I’m looking California, and feeling Minnesota», cantavano i Soundgarden in Outshined, canzone di grande successo nel 1991 che diede il titolo a un omonimo film dark — Feeling Minnesota appunto, del 1996 — con Keanu Reeves, Cameron Diaz e Dan Aykroyd. È un po’ quello che sta succedendo nella corsa per il seggio alla Camera assegnato nei sobborghi meridionali di Minneapolis e St. Paul, quello — in bilico e importantissimo per gli equilibri del Congresso — del Secondo Distretto: sembra Hollywood, ma è il Minnesota. In gara ci sono la democratica in carica Angie Craig, entrata in Congresso due anni fa dopo che il distretto era rimasto per quasi vent’anni in mano ai conservatori, e lo sfidante repubblicano Tyler Kistner.

C’era anche un terzo candidato: Adam Weeks, un coltivatore organico che rappresentava il Legal Marijuana Now Party ma è morto all’improvviso il 21 settembre per un’overdose da alcol e fentanyl, come ha confermato nei giorni scorsi l’autopsia. Da allora il repubblicano Kistner ha cominciato un’aggressiva battaglia legale per posticipare il voto a febbraio, appellandosi a una legge approvata dopo che, nel 2002, il senatore democratico Paul Wellstone morì in un incidente aereo a 11 giorni dalle elezioni: all’epoca fu scelto l’ex vicepresidente Walter Mondale per sostituirlo a un passo dal traguardo, ma perse contro lo sfidante repubblicano Norm Coleman.

Il Minnesota approvò allora una legge che permetteva di rimandare le elezioni in caso di morte di un candidato di primo piano negli ultimi 79 giorni di campagna elettorale, ed è proprio a questa legge che si è appellato Kistner, contando sul fatto che il Legal Marijuana Now Party in Minnesota ha lo status di partito principale, e cercando così di spostare a febbraio le elezioni. Il piano era semplice: votando durante le presidenziali l’affluenza sarebbe stata più alta e lo avrebbe svantaggiato, mentre a febbraio l’affluenza sarebbe stata minore e ne avrebbe tratto beneficio.

La questione è arrivata infine alla Corte Suprema, che ieri ha stabilito, con una decisione d’emergenza presa da Neil Gorsuch, giudice nominato da Trump, di andare avanti come da programma: si voterà normalmente martedì prossimo. La storia, però, non finisce qua. Ieri lo Star Tribune di Minneapolis ha rivelato che a maggio, quattro mesi prima di morire, Weeks aveva lasciato un messaggio nella segreteria telefonica di un amico, raccontandogli di essere stato spinto a candidarsi proprio dai repubblicani, nel tentativo di ostacolare la rielezione di Craig e avvantaggiare «the other guy», lo sfidante.

Gli avevano offerto anche 15 mila dollari per la campagna elettorale, spiegava. «Te lo giuro su Dio, non è uno scherzo», diceva all’amico Weeks, che nel 2016 aveva votato Trump. «Vogliono che faccia la parte del liberal, e la so fare». Finché era in vita, però, aveva sempre negato l’accusa, che i democratici portavano avanti per dimostrare la scorrettezza dei funzionari repubblicani che, nelle corse in bilico di tutto lo Stato, hanno arruolato candidati di terzi partiti per portare via voti ai rivali progressisti. Avrebbe funzionato? È probabile. Nel 2018 Craig vinse con il 52% delle preferenze, togliendo il seggio al deputato in carica Lewis che si era fermato al 47%. Due anni prima, però, Craig aveva perso la stessa sfida: Lewis aveva ottenuto sempre il 47%, lei il 45%. La differenza la aveva fatta l’8% della candidata indipendente Paula Overby.

Corriere della Sera, 28 ottobre 2020 (newsletter AmericaCina)

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