«In questo momento l’America sta cercando di uscire da una relazione di abusi. Vedremo cosa succederà», spiega a 7 Carmen Maria Machado, 34 anni, scrittrice di origine cubana che ha appena pubblicato in Italia Nella casa dei tuoi sogni (Codice Edizioni), suo terzo libro, un memoir in cui racconta la propria storia con una donna instabile e violenta e come questa relazione l’abbia resa la donna che è oggi. Nata e cresciuta ad Allentown, nella Pennsylvania industriale, Stato che nel 2016 — insieme a Michigan e Wisconsin — ha regalato la Casa Bianca a Donald Trump per appena 77 mila voti, Machado è un’americana di terza generazione: suo nonno era arrivato da Santa Clara a 18 anni, dopo la Seconda Guerra Mondiale, per studiare in Tennessee, era stato rimpatriato forzatamente all’apice del Maccartismo e si guadagnò la cittadinanza americana arruolandosi durante la Guerra di Corea. «Oggi ho paura», dice Machado collegata via Skype da Philadelphia, dove vive. «Per la mia famiglia, per la mia comunità, per il mio Paese».

Si parla spesso di voto di ispanico e di quanto sia importante per i democratici, ma non è un blocco unico.

«No, ci sono parecchi ispanici conservatori, in particolare fra i tanti cubani-americani che vivono in Florida e votano pensando a Fidel Castro e alle relazioni fra il loro Paese d’origine e gli Stati Uniti. In un modo o nell’altro, poi, anche molti ispanici traggono benefici dal suprematismo bianco: alcuni sono bianchi, o si presentano come bianchi, e non si fanno scrupoli. È un po’ come per le donne, che nel partito repubblicano votano per il loro essere bianche, e non per l’essere donne o per difendere i loro diritti riproduttivi».

Questo nonostante gli immigrati ispanici siano stati uno dei primi e principali bersagli dell’amministrazione Trump.

«Far parte di una minoranza non ti mette rende immune alle cattive idee: ci sono ad esempio parecchie persone gay che votano per Trump. Il modo in cui gli immigrati ispanici, in particolare quelli senza documenti, sono stati trattati in questo Paese è orribile. Però poi molti di loro non hanno il diritto di voto ed è interessante vedere cosa succederà. Io non ne sono sicura, e ho molta paura che Trump venga eletto di nuovo. Ho votato l’altro giorno, via posta, e mi ha fatto stare molto bene».

Cosa ne pensa della battaglia del presidente contro il voto per corrispondenza?

«Storicamente il partito repubblicano ha provato a limitare l’affluenza in qualunque modo: ad esempio togliendo il diritto di voto agli ex carcerati, oppure creando leggi misteriose che rendono più difficile il voto di alcune minoranze, come la popolazione nera, oppure cancellando persone dalle liste elettorali, o ancora complicando la vita per gli studenti. I repubblicani sanno che se permettessero alle persone di votare, se rendessero il giorno delle elezioni una vacanza nazionale, se incoraggiassero il voto per corrispondenza, comincerebbero a perdere parecchie elezioni. È qualcosa di molto oscuro».

Però il sistema elettorale americano lo permette.

«Dovrebbe esserci una sorta di intesa: se per vincere devi barare, allora non hai vinto. Stai imbrogliando la volontà della tua comunità e del tuo Paese. Negli Stati Uniti abbiamo un sistema, il collegio elettorale, che valuta il territorio più delle persone: gli elettori di Stati molto piccoli valgono più di quelli che abitano in Stati popolosi. C’è qualcosa che non funziona. Ci penso da quando nel 2004 lavorai per la campagna elettorale di John Kerry contro George W. Bush. Sono diventata adulta e non ho ancora capito».

Cosa faceva per Kerry?

«Andavo ancora al college: diedi una mano bussando alle porte degli elettori e facendo lavoro nel campus della mia università. Lo feci più che altro per seguire i miei compagni di università, ma non mi è piaciuto».

Quest’anno, anche a causa del coronavirus, sarà un’elezione unica nella storia americana.

«Sì, la pandemia ha complicato le cose. Ai repubblicani non importa della pandemia e si recheranno alle urne. I democratici invece dovrebbero votare più per corrispondenza, ma ci sono molti timori che vengano fatte sparire le schede. Mio papà è molto liberal, e ne è terrorizzato: anche se è anziano vuole recarsi ai seggi per votare fisicamente. Sto provando a impedirglielo, ma dice che vuole avere la possibilità di esprimere la sua preferenza. C’è qualcosa di folle in tutto ciò, sembra un incubo da cui non riesci a fuggire».

Lei è cresciuta nei sobborghi americani: perché Trump lancia appelli alle donne suburbane?

«È un codice: significa donne bianche. I repubblicani, e Trump in particolare, sono abilissimi a usarli: gli elettorali rurali sono i bianchi, quelli urbani sono gli ebrei e così via. Non lo dicono, ma è ciò che intendono: c’è dietro un profondo egoismo, razzismo, classismo».

Quale è il codice che usano per gli ispanici?

«Penso semplicemente latinos o ispanici, anche se non significano neanche la stessa cosa: i secondi semplicemente parlano spagnolo, non sono necessariamente parte di una minoranza etnica».

Pensa che il voto latino possa davvero aiutare i democratici a conquistare il Texas, lo Stato che — assieme ai progressisti California e New York — porta più voti elettorali?

«Sarebbe incredibile, ed è possibile: ci sono parecchi attivisti che stanno lavorando sul territorio per farcela».

Come si sente a pochi giorni dalle elezioni?

«Io sono molto rumorosa, parlo veloce e mi dicono che sono molto americana. Ne sono orgogliosa, perché amo il mio Paese e mi piace guidare da una parte all’altra, ammirarne la bellezza. Penso però che l’America si sia rotta, che l’esperimento americano sia fallito e che l’eccezionalismo su cui si fondava – che era una follia dal principio – sia profondamente sbagliato. È doloroso, e non so come possiamo aggiustare tutto: vorrei farlo votando, partecipando al sistema elettorale, ma non so neanche se funzionerà».

Pensa che, dovesse vincere Biden il 3 novembre, ci sarà un cambiamento radicale?

«Biden non è il mio candidato, avrei preferito Elizabeth Warren o Bernie Sanders, ma è la migliore delle due opzioni: sarà utile averlo come presidente, ma non potrà aggiustare il Paese. Credo che gli ultimi 4 anni, così come il Covid-19, non se ne andranno all’improvviso. Mi chiedo solo se potremo recuperare dal danno che abbiamo ricevuto».

Sette, 28 ottobre 2020 (7 XXL, pag 20)

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