«Con Vesta, la protagonista del mio libro, condivido il senso di alienazione dell’America rurale», racconta Ottessa Moshfegh, 39 anni, scrittrice americana — figlia di musicisti immigrati negli Stati Uniti, papà iraniano, mamma croata — che ha appena pubblicato in Italia La morte in mano (Feltrinelli), la storia di un’anziana vedova che si trasferisce in un bosco del Maine e, lungo la strada, comincia a seguire la sua «realtà alternativa». È un giallo distopico in cui, come nell’America contemporanea, si incrociano aree rurali e teorie cospirative.

I suoi personaggi femminili sono non convenzionali: vuole che rompano il «soffitto di vetro», come quello che ha fermato Hillary Clinton alle elezioni del 2016?

«Non sono cresciuta con la consapevolezza di questa metafora: nella mia esperienza, le limitazioni per le donne erano frutto di pura misoginia. Non penso che i miei libri siano necessariamente femministi: trovo colpe anche nelle donne, specie perché sono troppo umane».

Quanto c’è di lei in Vesta?

«Ogni personaggio proviene dalla mia mente, attraverso il filtro del mio linguaggio: è così che, alla fine, si insinuano piccole particelle di me».

Quanto è cambiata l’America con  Trump?

«Gli ultimi quattro anni sono stati come un terribile mal di pancia. Spero almeno che il Paese abbia riportato a galla tutte le schifezze che erano rimaste troppo a lungo bloccate nel nostro intestino, facendoci stare male».

Pensa che Joe Biden possa curare gli Stati Uniti?

«Non esiste una persona che possa curare i problemi di questo Paese. Credo che il perdono sarà un elemento centrale dei nostri progressi, se eleggeremo Joe Biden. Non possiamo passare il prossimo decennio a lamentarci degli ultimi quattro anni. Dobbiamo andare avanti, guarire, cambiare, crescere».

E se fosse rieletto Trump?

«Il Paese verrebbe colto da una depressione. Forse moriranno altre 230 mila persone. È un momento molto snervante della nostra storia».

All’inizio del millennio, lei si è trasferita a Wuhan, dove aprì un bar punk. Avrebbe mai pensato che da lì sarebbe originato qualcosa che avrebbe cambiato le nostre vite?

«È una città incredibile, e mi dispiace che abbia attraversato tempi così duri. Quando ci vivevo era per metà vecchio mondo, per metà nuove costruzioni, e in mezzo c’erano solo detriti. Era la mia idea di paradiso, piena di storia, intrighi, coraggio e cuore».

Nei suoi libri si parla spesso di dipendenza. Pensa che la pandemia abbia aiutato la Casa Bianca a lasciare da parte la crisi degli oppioidi?

«Non penso che l’attuale amministrazione avesse bisogno di scuse per dimenticarsi la crisi degli oppioidi. È stata sempre molto chiara su quale fosse la sua agenda: prima le grandi corporation, poi gli umani. Oppure mai».

Corriere della Sera, 4 novembre 2020 (pagina 10)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...