Sul futuro del partito repubblicano dopo queste elezioni David Frum preferisce non esprimersi, non in poche parole almeno: sta lavorando a un lungo articolo per l’Atlantic, il mensile progressista per cui lavora dal 2014. Il commentatore politico di origine canadese, 60 anni, non risparmia invece le critiche a Donald Trump. Non sono le consuete invettive mosse da un’opinionista liberal al presidente meno convenzionale della storia recente: sebbene nell’ultimo decennio abbia rotto con il partito repubblicano, arrivando anche a votare Hillary Clinton nel 2016, Frum ha un pedigree puramente conservatore. Durante la sua carriera, ha diretto la pagina degli editoriali del Wall Street Journal, ha scritto per Forbes e per la defunta rivista Weekly Standard, e soprattutto è stato speechwriter di George W. Bush nei primi anni alla Casa Bianca: fu lui a inventare l’espressione «Asse del Male» per definire i governi stranieri che sostengono il terrorismo internazionale, una frase che l’allora presidente usò nel primo discorso sullo Stato dell’Unione dopo l’11 settembre e che caratterizzò la sua amministrazione.

Sapevamo che avremmo dovuto aspettare giorni per avere un vincitore e che si poteva verificare un «miraggio rosso»: una «allucinazione» che avrebbe fatto sembrare il presidente a un passo dalla vittoria, ma che sarebbe svanita con l’arrivo delle schede inviate per posta. Perché tutta questa confusione?
«Circa 100 milioni di americani hanno votato in anticipo o per corrispondenza, mentre nel giorno delle elezioni lo hanno fatto solo 60 milioni. Tutti sapevano con grande anticipo cosa sarebbe successo, e sapevano anche che il presidente aveva chiesto ai suoi sostenitori di votare di persona, mentre i democratici avevano invitato i propri a farlo per corrispondenza. Solo che i voti sono contati dai governi statali, e gran parte sono controllati dai repubblicani: sono stati loro a chiedere di conteggiare prima i voti espressi di persona e poi quelli arrivati via posta. È come i pasti dell’aereo: se decidi di mangiare prima il dolce, dopo non puoi lamentarti che il resto è poco saporito».

Chi è il vero vincitore di queste elezioni?
«La politica americana durante la presidenza Trump è diventata una mobilitazione concorrenziale: alle elezioni di metà mandato del 2018 e poi quest’anno entrambi i partiti hanno mobilitato i propri sostenitori a livelli mai visti prima. Secondo me entrambi i partiti hanno raggiunto un successo straordinario: siccome però i democratici hanno ottenuto più voti, direi che la loro affermazione è più significativa».

Cosa farà ora Trump?
«Prima o poi dovrà ammettere la realtà, e magari anche leggere qualche parola scortese di concessione. Ma non importa se lo farà o meno. Quasi tutti gli americani accetteranno questo risultato, a metà dicembre il collegio elettorale si radunerà in ogni Stato, e Joe Biden diventerà legalmente il presidente eletto. A mezzogiorno del 20 gennaio 2021 Donald Trump cesserà di essere il presidente: sarebbe imbarazzante se si rifiutasse di lasciare la Casa Bianca, ma non cambierà la realtà di chi è presidente e chi no».

Cosa ci ha detto questa elezione?
«Il grande messaggio è che il sistema elettorale americano rappresenta questo Paese in maniera molto imperfetta, un’imperfezione che peggiora con il tempo. Diamo troppo peso all’America rurale, alle aree culturalmente più conservatrici, mentre ne diamo troppo poco a quelle parti di questo Paese in cui vengono inventate nuove idee, vengono realizzati nuovi prodotti, viene creata più ricchezza. Per quanto sia difettoso, però, questo sistema elettorale non lo è stato abbastanza da salvare il peggior presidente della storia americana dal verdetto negativo del più grande elettorato che si sia mai presentato alle urne in un’elezione presidenziale».

Corriere della Sera, 8 novembre 2020 (prima pagina, pagina 5)

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