Prima di entrare al dipartimento di Stato nel 1993, Blinken sognava di fare il giornalista, oppure il produttore cinematografico. Invece si ritrovò a scrivere i discorsi di politica estera per Bill Clinton. Oggi, però, il nuovo segretario di Stato porta una rottura con la tradizione recente. Innanzitutto ha due figli piccoli, ed è la prima volta nella storia moderna che una persona con il suo incarico si trova a dover coniugare la politica estera del Paese e gli impegni di lavoro — nei suoi quattri anni a capo del dipartimento Hillary Clinton effettuò 77 viaggi all’estero e visitò 239 Paesi, alcuni più volte ovviamente — con la vita familiare: possiamo ipotizzare che sarà un segretario di Stato più operativo e meno di rappresentanza, ma chissà.

Per capire meglio il personaggio bisogna tuttavia guardare al suo background familiare, descritto molto bene da questo vecchio articolo di Jason Horowitz (oggi corrispondente da Roma per il New York Times ma al tempo al Washington Post). Il padre Donald era un gigante del venture capital newyorkese, che la madre Judith, impresaria della danza e mecenate dell’arte, lasciò per l’avvocato Samuel Pisar, sopravvissuto ad Auschwitz e Dachau per diventare uno dei più famosi avvocati del pianeta. Al seguito della mamma e del patrigno, il giovane Blinken si ritrovò a crescere a Parigi, dove suonava in complessi jazz e a parlare d’arte e politica con le persone che frequentavano la sua famiglia: fra gli altri Leonard Bernstein, John Lennon, Mark Rothko, Valéry Giscard d’Estaing, Abel Ferrara e Christo.

Ancora oggi Blinken suona la chitarra e canta — classic rock e R&B — in alcune band «studio only», ovvero da sala prove, — i Cash Bar Weddings e i Big Lunch, ma anche in altre che tengono concerti di beneficienza — insieme all’ex portavoce della Casa Bianca Jay Carney, allo scrittore Dave mcKenna e al giornalista del New York Times David Segal: ha un profilo su Spotify, con il nome Ablinken e 53 ascoltatori mensili. «È un buon cantante», dice di lui McKenna, ma soprattutto ha saputo costruirsi una carriera passo dopo passo, anche imparando a smussare gli angoli del proprio carattere per sopravvivere in un settore dominato dall’ego.

«Tony Blinken è una superstar, e non si tratta di un’iperbole», sosteneva Joe Biden nell’articolo del Post: era il 2013, e l’allora vicepresidente raccontava che «dopo quattro anni lavoro Barack Obama si è accorto di lui, e me lo ha rubato. Può fare qualsiasi lavoro, qualsiasi». All’epoca era stato promosso vice consigliere per la sicurezza nazionale e, come notava lo stesso Horowitz, sembrava una posizione junior ma non lo era affatto: aveva una grande influenza sull’agenda del presidente. A gennaio 2021 diventerà il segretario di Stato.

Corriere della Sera, 23 novembre 2020 (newsletter AmericaCina)

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