Non c’è stata una concessione formale, la telefonata riturale con cui il candidato sconfitto ammette di aver perso le elezioni e lascia la strada libera all’avversario, ma la transizione dall’amministrazione Trump a quella Biden è ufficialmente cominciata nella notte. Se nel 2008 il senatore repubblicano John McCain ammise «con cortesia» — parole del rivale Barack Obama — che «l’America aveva parlato chiaramente», e quattro anni fa Hillary Clinton aspettò il giorno successivo per accettare pubblicamente, e a malincuore, una sconfitta dolorosa, Donald Trump ha preferito tacere, permettendo tuttavia che gli ingranaggi della transizione cominciassero a girare.

Tre settimane dopo le elezioni, con due tweet pubblicati attorno alle 18 americane di lunedì, Donald Trump ha ringraziato per l’impegno e la dedizione la funzionaria dell’amministrazione incaricata di firmare le pratiche burocratiche e autorizzare il trasferimento di fondi federali al transition team di Joe Biden, ha denunciato le minacce che lei e la sua famiglia avrebbero subito, e le ha raccomandato di portare avanti i protocolli iniziali: tutto senza ammettere la sconfitta, ma promettendo anzi di continuare la sua battaglia. Da oggi, però, Biden non avrà solo accesso ai fondi federali, ma riceverà anche i briefing sulla sicurezza nazionale destinati alla Casa Bianca.

«Voglio ringraziare Emily Murphy della General Services Administration, che è stata molestata, minacciata e abusata: non voglio che succeda a lei, alla sua famiglia o ai dipendenti della Gsa. La nostra giusta battaglia va avanti, e credo che vinceremo. Tuttavia, nell’interesse del Paese, raccomando a Emily e alla sua squadra di fare ciò che va fatto», ha scritto Trump, aggiungendo qualche ora dopo un terzo tweet, prontamente segnalato da Twitter, con cui ha provato immediatamente a fare un passo indietro denunciato brogli ancora una volta senza portare prove. Passata la notte, ha aggiunto infine un quarto tweet in retromarcia: «Ricordatevi, la Gsa è stata fantastica ed Emily Murphy ha fatto un grande lavoro», ha scritto, «ma non sono loro a stabilire chi sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti».

Trump era però ormai con le spalle al muro. Il suo team legale ha perso un trentina di ricorsi presentati nei tribunali degli Stati in cui lo scarto fra i due candidati era ridotto: l’ultimo proprio ieri in Pennsylvania, dove Biden ha vinto di 80 mila voti e in ballo c’erano 8 mila schede postali. Alla fine, la squadra legale ha anche allontanato l’avvocatessa Sidney Powell che sosteneva senza prove — venendo smentita persino dai commentatori conservatori più trumpiani, come Tucker Carlson — una congiura di Cina e Venezuela per manomettere il software usato per votare, il Dominion Voting System, e dare la vittoria a Joe Biden.

Le ultime speranze sono naufragate ieri, quando lo Stato del Michigan — dove Trump ha perso di circa 150 mila voti e dove il board elettorale, composto da 2 democratici e 2 repubblicani, si era spaccato durante le operazioni — ha alla fine certificato il risultato delle elezioni con 3 voti favorevoli e un’astenuta, ovvero Norm Shinkle, la funzionaria repubblicana che nei giorni scorsi aveva fatto marcia indietro denunciando di essere stata intimidita dai democratici e che il presidente aveva chiamato. A quel punto, dopo il riconteggio in Georgia e la certificazione ormai vicina in Pennsylvania, per Donald Trump non c’era più nessuna strada possibile per arrivare a 270 voti elettorali a colpi di sentenze, e ribaltare nei tribunali l’esito delle elezioni.

La decisione, però, non l’ha presa lui. È stata proprio la sua fedelissima Emily Murphy a dare il via alla transizione, dopo aver osservato «gli sviluppi recenti sulle battaglie legali e la certificazione dei risultati»: lo ha rivelato lei stessa in una lettera indirizzata al presidente eletto Biden e ottenuta da Cnn. «Ho preso la mia decisione indipendentemente, basandomi sulla legge e sui fatti disponibili», ha scritto Murphy, spiegando di non aver ricevuto pressioni e di non aver voluto scavalcare il processo costituzionale.

Già quel terzo tweet — e poi il quarto arrivato al risveglio — lasciava intendere che a spingere Trump verso il passaggio di consegne siano state le pressioni del partito e dei suoi consiglieri più fidati, a cominciare dal capo dello staff Mark Meadows, dagli avvocati Pat Cipollone e Jay Sekulow, dalla figlia Ivanka e dal genero Jared Kushner, che già nelle scorse settimane avevano «autorizzato» lo stratega conservatore Karl Rove a pubblicare un’opinione sul Wall Street Journal in cui invitava il presidente ad «andare avanti».

Non c’è bisogno di pronunciare la parola «concedere», gli avrebbero detto tutti, ma è arrivato il momento di cominciare il processo. «A un certo punto le elezioni 2020 dovranno finire», aveva dichiarato in mattinata la senatrice conservatrice della West Virginia Shelley Moore Capito, unendosi all’ormai folto gruppo dei dissidenti che comprendeva anche decine di amministratori delegati di grandi aziende americane che sempre ieri hanno chiesto all’amministrazione di facilitare la transizione. Nonostante in principio avesse sostenuto la battaglia di Trump invitando a «contare tutti i voti legali» ma senza denunciare frodi, del resto, il fronte repubblicano nel frattempo si era incrinato: in molti, persino figure di spicco come l’ex governatore del New Jersey Chris Christie e quello del Maryland Larry Hogan avevano dichiarato che fosse arrivato il momento di ammettere la sconfitta.

Se in principio i leader repubblicani dovevano trovare un equilibrio fra la narrativa del presidente e le responsabilità del partito per non danneggiare la propria credibilità con gli elettori in mano a Trump, come ci aveva spiegato un influente membro del Grand old party che preferiva restare anonimo, ormai però il piano di Trump — ovvero ritardare il più possibile la certificazione del conteggio per far scegliere i grandi elettori ai parlamenti statali a maggioranza conservatrici, ribaltando così il risultato — cominciava a spaventare persino i trumpiani più accesi, che lo definivano (non più off the records) un’idea vergognosa e pericolosa.

La verità è che Trump sta guadagnando tempo per continuare a chiedere donazioni, un po’ per ripagare i debiti della campagna elettorale e in parte per finanziare ricorsi e riconteggi. Più in profondo, però, il presidente uscente non ha ancora ammesso la sconfitta, neanche con se stesso: come ci ha raccontato l’analista di Cnn Brian Stelter, il suo brand è troppo legato a un’idea di successo — vera o presunta — per potersi macchiare di una sconfitta. «Se perdesse le elezioni e venisse marchiato come un perdente», si domandava Stelter, autore del libro Inganno sul rapporto fra Trump e Fox News (pubblicato in Italia da Nr Edizioni), il suo brand sarebbe ancora accattivante».

Corriere della Sera, 24 novembre 2020

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